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Passa il tempo e per la Popolare di Vicenza e Veneto Banca la situazione peggiora per un semplice motivo: restano “a secco” di capitale. E le notizie e le dichiarazioni che giungono, soprattutto dall’Europa, non sembrano incoraggianti, il che innesca un circolo vizioso che, in ultima analisi, sottrae agli istituti veneti ulteriore liquidità, peggiorando ulteriomente le cose.

LA BCE PRENDE TEMPO

Vediamo cosa sta accadendo. Entro questo fine settimana si attendeva il responso della Banca centrale europea, l’autorità di vigilanza, sulle necessità di capitale dei due istituti di Vicenza e di Montebelluna, in modo da potere avviare la ricapitalizzazione precauzionale chiesta formalmente dai due gruppi. Al momento, però, non è arrivato. E senza il calcolo della fabbisogno delle banche da parte della Bce tutto resta bloccato, perché se non si sa a quanto ammonta l’ammanco di capitale non ci si può adoperare in maniera efficace per colmarlo. L’incertezza riguarda anche il fondo Atlante, primo azionista dei due istituti di credito quasi al 100%, le cui banche azioniste tra l’altro non sono allineate sull’utilizzo delle risorse rimaste in pancia (vorrebbero che il focus fosse sullo smaltimento delle sofferenze e non di nuovo su una ricapitalizzazione). Indiscrezioni ipotizzano un fabbisogno complessivo per i due gruppi veneti, che studiano la fusione, nell’ordine dei 5 miliardi di euro, ma l’ultima parola spetta appunto alla Bce. Come mai l’autorità di vigilanza prende tempo? Nei giorni scorsi, si era parlato in primo luogo di divergenze di vedute tra Bce e Commissione europea, molto scettica sugli aiuti di Stato (la ricapitalizzazione precauzionale prevede che siano utilizzati, insieme con il ricorso al burden sharing, la penalizzazione di azionisti e obbligazionisti subordinati). Si dice, inoltre, che dall’Europa sia giunta la richiesta di due piani industriali separati per le banche venete, richiesta che non aiuta i due istituti di credito, che tendono a considerare nei numeri i benefici derivanti dalla fusione.

LE PAROLE DI NOUY

In tale contesto, già molto complesso in sé, come un fulmine non proprio a ciel sereno ma mentre già infuriava la tempesta, sono arrivate le parole della presidente dell’Ssm, la vigilanza bancaria europea, Danièle Nouy: “L’attendismo visto in passato – ha detto – non può continuare”. Inoltre, Nouy ha detto che la vigilanza non è “timida” sulla questione delle ricapitalizzazioni precauzionali delle banche italiane, chieste dalle venete e prima ancora dal Monte dei Paschi di Siena, ma che l’ammissibilità dipende dalla Commissione europea. E da qui si percepiscono le tensioni di cui si parlava poco fa interne all’Europa. Soprattutto però, Nouy ha sganciato una bomba: “In alcuni casi specifici – ha detto – il consolidamento (delle banche europee, ndr) potrebbe anche prendere la forma della chiusura di alcuni istituti se diventano insostenibili”. E gli occhi, più che a Mps, sono andati proprio alle venete, per le quali la situazione sembra peggiorare ogni giorno di più anche a causa di dichiarazioni di questo tipo, che qualcuno reputa incaute. L’ipotesi più drastica per la Popolare di Vicenza e Veneto Banca è che scatti un bail-in vero e proprio, che rischierebbe di fare pagare il salvataggio ad azionisti, tutti gli obbligazionisti e anche correntisti oltre i 100 mila euro.

IL NODO DEI RIMBORSI

Per capire se si concretizzerà questo scenario estremo, bisognerà attendere anche l’esito dell’offerta ai piccoli azionisti delle due banche venete, la cui scadenza è stata prorogata a martedì 28 marzo. L’obiettivo è raggiungere almeno l’80% di adesioni. Nel caso della banca vicentina sono stati proposti agli azionisti 9 euro per titolo mentre per l’istituto di Montebelluna l’indennizzo è del 15% della perdita teorica. In entrambi i casi si chiede di rinunciare a qualsiasi causa legale verso la banca, cosa che consentirebbe ai due istituti di disinnescare la mina delle cause legali nei confronti delle passate gestioni, che potrebbero costare addirittura 5 miliardi (vale a dire praticamente come il nuovo aumento di capitale che occorre per risistemare i conti).

IL CASO MPS

La questione veneta potrebbe ulteriormente complicare le cose anche per Mps, per la quale pure ancora manca l’ok dell’Europa alla ricapitalizzazione precauzionale (anche in questo caso si è parlato di una divergenza di vedute tra Bce e Commissione Ue). A spiegare la situazione è stato l’economista Francesco Giavazzi lunedì 20 marzo sul Corriere Economia, in un articolo dal titolo “Mps, Venete: tre banche da salvare, chi non dice la verità sul disastro”. Scrive Giavazzi: “Il fatto che un’eventuale ricapitalizzazione della nuova banca veneta con denaro pubblico richiederebbe un bail-in ha spinto Bruxelles – o almeno qualcuno a Bruxelles – a riconsiderare il caso di Siena, giungendo alla conclusione che anche quella ricapitalizzazione non è davvero precauzionale e necessita anch’essa di un bail-in”. E ancora, aggiunge l’economista: “Molti in Germania pensano che l’unico modo per mettere in sicurezza le banche italiane sia ricorrendo al Meccanismo europeo di stabilità (Esm) e chiedendo che l’Italia entri in un programma che assoggetterebbe Roma alla condizionalità dell’Unione Europea”, con annessa cessione di sovranità. Insomma, parole, quelle di Giavazzi, che non lasciano presagire nulla di buono per l’Italia e per le sue banche.

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