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Oggi Istat ha pubblicato l’edizione 2017 del Rapporto sulla competitività dei settori produttivi. Che mostra come, nell’ultimo biennio, il nostro paese abbia manifestato un recupero della capacità di penetrazione dell’export. Ci sono alcuni punti meritevoli di segnalazione, per capire come e dove la politica economica ha sin qui sbagliato, e cosa serve per ristrutturare e rilanciare la nostra economia.

Per chi ha fretta, a pagina 13 del file pdf si trovano i bullet point delle condizioni macroeconomiche. Sappiamo che il nostro Pil è ancora in forte ritardo rispetto ai livelli ante crisi, allo stesso modo in cui la profondità della crisi medesima ha danneggiato la capacità di finanziamento e di espandersi sui mercati esteri. E sin qui, nulla di inedito. E tuttavia:

– Nell’ultimo biennio (…) l’allentamento della politica di bilancio, la ripresa del mercato del lavoro e il recupero dei livelli di attività economica hanno stimolato i consumi e favorito la crescita degli investimenti, sia pure ancora a ritmi inferiori rispetto ai principali partner europei. Le attese sugli investimenti per il 2017 sono nel segno di un’accelerazione, grazie al miglioramento delle condizioni macroeconomiche e allo stimolo dei provvedimenti legislativi.

– In questa fase di recupero le esportazioni italiane sono cresciute più rapidamente della media mondiale e, nel 2016, in misura maggiore di Germania e Francia, soprattutto in volume. La quota delle esportazioni nazionali su quelle mondiali è risalita dal 2,7 per cento del 2013 e, sulla base delle informazioni provvisorie disponibili, nei primi tre trimestri del 2016 è prossima al 3,0 per cento.

Ora, se un paese con tali e tante zavorre addosso, prima fra tutte una pubblica amministrazione, che sottrae valore e affossa la produttività totale dei fattori, e la dipendenza per i finanziamenti da un sistema bancario azzoppato, riesce a produrre un simile recupero, c’è motivo di soddisfazione e speranza, oltre che di rabbia per quello che potremmo fare se non avessimo un sistema-paese che è semplicemente frantumato, per non dire spappolato.

Altre considerazioni chiave del rapporto:

– I progressi sono diffusi a tutte le categorie merceologiche; le esportazioni di prodotti chimici, alimentari e soprattutto di automobili sono cresciute più della media di questi mercati; le vendite di beni strumentali, che rappresentano la principale voce nelle esportazioni e nell’attivo commerciale, sono aumentate come in Germania e in misura maggiore rispetto a Francia e Spagna.

Che tradotto vuol dire che siamo bravi nella manifattura. Non si deve tuttavia ignorare il contributo di Fiat Chrysler Automobiles alla ripresa del nostro export, come sappiamo. Ma, oltre a questo, abbiamo anche ampi margini potenziali di miglioramento. Ad esempio:

– Le vendite di servizi all’estero dell’Italia sono state relativamente deboli in quasi tutte le categorie; in particolare, sono relativamente ancora poco sviluppate le esportazioni dei servizi ad alta intensità di conoscenza, che hanno un peso crescente nella struttura degli scambi internazionali. Anche in quest’ambito, tuttavia, nei primi nove mesi del 2016 si è osservato un sensibile miglioramento.

L’Italia appare ai margini dell’”economia della conoscenza”, anche se in apparenza stiamo recuperando. Forse, se non avessimo un paese che è una sciagura, potremmo fare grandi cose anche in quest’ambito, chissà. Altra collocazione ai margini del nostro paese (visto che tutto si tiene), è relativa alla capacità di intercettare i flussi di investimenti diretti dall’estero:

– L’Italia rimane un paese complessivamente poco internazionalizzato a confronto con le altre maggiori economie europee: in percentuale del Pil la consistenza degli investimenti diretti esteri (IDE) in Italia è meno della metà dei livelli di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna.

Però, come non si stancano di ripetere i nostri patrioti no-euro, l’investimento diretto estero è una schiavitù e quindi è un bene che ancora nessuno sia venuto a “colonizzarci” (questa è ironica, mi raccomando). A parte queste sovrane idiozie, il rapporto segnala come:

«A partire dal 2014 si osserva un sostanziale recupero della competitività di prezzo attraverso il costo del lavoro, favorito anche dai provvedimenti di decontribuzione attuati nel 2015. Ciò ha portato a una parziale riduzione del cospicuo differenziale con la Germania accumulato negli anni precedenti. Al terzo trimestre del 2016, rispetto allo stesso periodo del 2014, il costo del lavoro per l’insieme delle attività economiche è diminuito dell’1,3 per cento in Italia e dello 0,2 per cento in Spagna, mentre in Francia e in Germania è aumentato rispettivamente del 2,6 e del 5,2 per cento. Nella manifattura, in particolare, in Italia si è avuta una riduzione pari al 2,4 per cento, a fronte di aumenti dello 0,7 per cento in Spagna e Francia e del 3,1 in Germania. Nell’ultimo biennio, la crescita del valore aggiunto manifatturiero (quasi +5 per cento) è stata la più sostenuta tra le economie Eur4»

Focalizziamoci per un attimo su questo punto. La decontribuzione attuata nel 2015 e, in misura più che dimezzata, nel 2016, è una misura temporanea. Che accadrà dal primo gennaio 2018, quando il sussidio sparirà? Semplice: che la competitività di prezzo subirà un peggioramento, peraltro evidenziato dalle Previsioni d’Inverno della Commissione Ue, per i prossimi tre anni. Già questo basterebbe a far comprendere che la decontribuzione temporanea è stata un eclatante spreco di risorse, e che serve rivedere l’allocazione delle mance renziane degli ultimi tre anni, in primo luogo di quella sugli 80 euro.

Perché tutte le risorse disponibili devono andare a ridurre il costo del lavoro su base permanente. Solo così sarà possibile sperare di recuperare competitività e rilanciare gli investimenti, senza arrivare a falcidiare le retribuzioni nette. Si chiama costo-opportunità, non si pretende che Renzi lo capisca ma sarebbe utile se i suoi innumerevoli consiglieri svolgessero opera di alfabetizzazione economica dell’ex premier, in caso il medesimo tornasse a Chigi, il prossimo anno.

Pare tuttavia che non sia solo Renzi a cui sfugge l’aspetto della riduzione strutturale anziché transitoria del costo del lavoro. Oggi su lavoce.info, il professor Michele Pellizzari argomenta in questi termini:

«L’aspetto sul quale si può già rispondere con una certa consapevolezza è il ruolo delle decontribuzioni fiscali. Il forte aumento degli occupati nel 2015 e la crescita comunque positiva ma più lenta nel 2016 sembra corrispondere molto chiaramente all’introduzione degli sconti fiscali e poi al loro ridimensionamento. Molti commentatori si sono accaniti contro tale provvedimento sostenendo che abbia avuto semplicemente l’effetto di far anticipare assunzioni o trasformazioni di contratti temporanei che si sarebbero fatte comunque. Vero, verissimo. Ma l’anticipo è proprio ciò che ci si aspetta da una misura anti-ciclica e non strutturale, ideata quindi per ridurre l’impatto negativo di una congiuntura economica negativa anche a costo di limitare il rimbalzo positivo quando la congiuntura migliora. Mi sembra quindi una critica poco appropriata.
Una questione più interessante riguarda il costo delle decontribuzioni, circa il 30 per cento del costo del lavoro nella sua versione più generosa del 2015. Data la gravità della crisi che abbiamo attraversato e la lentezza della ripresa, credo che si tratti di un investimento ragionevole»

Anche no, se dal primo gennaio il costo del lavoro torna da dove proveniva. Non dovrebbe essere difficile da comprendere. Eppure. La decontribuzione temporanea, alla fine dei giochi, si rivelerà un costoso esborso dall’altissimo costo opportunità. Per tutto il resto, noi speriamo che ce la caviamo. Nel frattempo, e proprio nel giorno in cui viene annunciato l’ennesimo bonus da 800 euro per le donne incinte, senza condizionalità di reddito, un plauso al ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che pare aver ritrovato il lume della razionalità, economica e non solo. Chissà che c’è dietro, sotto, sopra, diremmo noi poveri italiani.

(Tratto da Phastidio.net)

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