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Theresa May ha cullato a lungo l’idea di rispettare la scadenza naturale della legislatura iniziata nel 2015 con David Cameron – ormai un’era geologica e politica fa – ma l’opportunità di capitalizzare i buoni esiti dei sondaggi (il 13 aprile scorso YouGov dava i conservatori al 44% con ben 21 punti di vantaggio sui laburisti) e l’esigua maggioranza monocolore alla Camera dei Comuni, appena 17 parlamentari, le han fatto cambiare idea. L’8 giugno il Regno Unito si appresta dunque a vivere la sua snap election, l’elezione indetta a sorpresa, ma solo dopo che gli MPs ratificheranno la scelta di May, come previsto dal Fixed Term Parliament Act del 2011, l’atto, fortemente voluto dai LibDems di Nick Clegg, che stabiliva la data certa per lo scioglimento del Parlamento.

Non sembrano esserci dubbi sul fatto che la maggioranza dei parlamentari darà il suo assenso al governo e che May, con questa scelta, abbia scelto il meglio per lei, per il suo partito, e, forse, per il paese.

La Brexit ha determinato un nuovo quadro politico nel Regno Unito, facendo dell’uscita dall’Unione la stella polare di riferimento dei partiti di Westminster. Se in passato la sanità e l’andamento dell’economia avevano una salienza decisiva nelle scelte degli elettori, dal 23 giugno 2016 in poi è l’Europa a polarizzare gli elettori, determinare le scelte dei partiti, indirizzare l’opinione pubblica. Non male per chi ha scelto di non averci più niente a che fare, e soprattutto per chi, come l’ex premier Cameron, aveva avvertito, una volta diventato segretario dei Tories, di
“smetterla di concionare sull’Europa” perché alla gente interessava ben altro. Persino nella patria dell’understatement non si può fare a meno di esclamare “amazing”, stupefacente.

May tornerà al 10 di Downing Street già il giorno della sua vittoria di giugno, con il sistema politico britannico che si trasformerà definitivamente in un sistema “a partito prevalente”. La premier deve ringraziare soprattutto i laburisti guidati da Corbyn, incapaci di approfittare delle liti e delle divisioni interne ai Tories, proprio grazie alla leadership sterile e ineffettuale del leader della sinistra labour. Dopo le elezioni è molto probabile che la richiesta di dimettersi si faccia ancora più pressante per Corbyn, già sopravvissuto a due mozioni di sfiducia da parte dei suoi parlamentari, e sostenitore della Brexit dopo aver fatto campagna, un po’ freddamente, per il Remain, tratto – l’unico – che lo accomuna a May.

E il fronte del 48%, di chi vuole combattere la Brexit a ogni costo? Il compattamento dei Tories filoeuropei – vecchi santoni del partito come Heseltine e Ken Clarke – con i blairiani, i socialdemocratici nazionalisti scozzesi e i redivivi LibDems sembra davvero fantapolitica. Finora è nato un giornale, The New European, e tra poco uscirà anche un film su quant’era bello stare nella UE. Lo scopo minimo del giornale – che ha tra le sue firme anche Alastair Campbell, spin doctor di Tony Blair – è quello di creare un grande movimento di opinione che si opponga alla Brexit e ottenga, quantomeno, che il Regno Unito resti nel Mercato Unico Europeo. Tra tutti, solo Tim Farron, leader dei LibDems – europeisti da sempre – ha concrete speranze di ottenere un risultato elettorale soddisfacente.

Nella debolezza di questo fronte diviso e frastagliato May troverà la forza per porsi come la paladina del patriottismo unionista, unica vera leader in grado di andare a Bruxelles e ottenere il “best possible deal”, l’accordo migliore, per la Gran Bretagna. Oltre che in Scozia – facile prevedere un altro successo di Nicola Sturgeon e dei nazionalisti che rinvigorirà la richiesta di referendum per l’indipendenza – occhio anche all’Irlanda del Nord, con il Sinn Fein più forte che mai, e deciso a fare dell’Europa il grimaldello per ottenere un’Irlanda unita.

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