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Come 25 anni fa, ai tempi di Tangentopoli, allora in un Parlamento appena eletto ed entrato subito in crisi mediatica e rischio di scioglimento per le voci e le notizie provenienti dalla Procura di Milano, ora in una legislatura -la diciassettesima- abbarbicata con i presidenti di entrambe le Camere nella difesa dell’ultimo anno di mandato,  la politica naviga a vista. A rischio di collisione e affondamento.
Basta l’arresto di qualche faccendiere o imprenditore che abbia avuto frequentazioni con i cosiddetti palazzi del potere nell’inseguimento di un buon affare o appalto, come nel nostro caso l’”avvocato” napoletano Alfredo Romeo, appena tornato in manette dopo un’analoga esperienza di nove anni fa, o l’intervista di qualcuno accreditato come persona bene informata dei fatti, come nel nostro caso quella del commercialista Alfredo Mazzei appena pubblicata da Repubblica, per far saltare i sismografi del Parlamento e delle forze politiche. Ma soprattutto del Pd, dove si sta svolgendo una partita congressuale decisiva per la sorte di Matteo Renzi, già indebolito dalla sconfitta referendaria del 4 dicembre sulla riforma costituzionale e da una scissione appena consumatasi con la nascita di una sigla rovesciata: da Pd a Dp. Sembra un fastidioso scioglilingua, ma non lo è. E’ un rovescio davvero.
Come se non bastassero i rivali che gli sono rimasti nel Pd, soprattutto il governatore pugliese e magistrato in aspettativa Michele Emiliano e il ministro della Giustizia Andrea Orlando, entrambi candidati alla segreteria, Matteo Renzi rischia di essere ulteriormente danneggiato, se non travolto, dai problemi giudiziari del padre Tiziano. Che è accusato di traffico d’influenze dai pubblici ministeri di Roma impegnati nelle indagini sugli appalti della Consip, la centrale d’acquisti della pubblica amministrazione. E che hanno appena disposto l’arresto di Romeo, la cui notizia è arrivata a Montecitorio dopo una mattinata in cui si erano accavallate voci sull’arresto di Tiziano Renzi.
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L’interrogatorio del padre dell’ex presidente del Consiglio in programma per domani, 3 marzo, alla Procura di Roma è stato preceduto dall’intervista a Repubblica del commercialista e amico di Romeo, Alfredo Mazzei, di dichiarata militanza piddina e di altrettanto dichiarata ma passata simpatia renziana. Egli ha parlato, fra l’altro, di una cena riservata svoltasi a suo tempo in una “bettola” di Napoli fra lo stesso Romeo, l’imprenditore Carlo Russo, anche lui indagato per gli appalti della Consip, e il padre appunto di Matteo Renzi. La cui iniziale T è stata trovata affiancata alla cifra di 30.000, presumibilmente euro, in un “pizzino” di Romeo strappato ma recuperato dai Carabinieri fra i rifiuti e ricomposto.
Alle sdegnate smentite fatte dall’avvocato di Tiziano Renzi ai giornalisti seguiranno naturalmente domani quelle dell’interessato agli inquirenti. Ma ormai, come sempre accade del resto in queste cose, pur tra le solite proteste degli addetti ai lavori non condivise da un pubblico smanioso di notizie, o da politici smaniosi di strumentalizzare ogni occasione contro l’avversario di turno, i processi giudiziari e mediatici non si svolgono alla pari, su piani paralleli. Il processo mediatico prevale su quello giudiziario, facendo più rumore e danni dell’altro, pur non disponendo i giornali fortunatamente delle manette cui possono invece ricorrere i magistrati. Se poi il processo mediatico risulterà smentito dai tre gradi del processo giudiziario, o da un’archiviazione senza neppure arrivare al rinvio a giudizio, com’è già accaduto tante altre volte, pazienza. Chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto, dice un vecchio adagio popolare, per quanto allucinante, se qualcuno intanto ha perduto la reputazione, il posto, la carriera e qualche volta persino la vita.
Prima di lasciarsi intervistare da Repubblica il commercialista Mazzei, in verità, è stato interrogato -forse anche più volte- dagli inquirenti. Lo ha detto lui stesso, spiegando così anche la ragioni per le quali ha tenuto ancora per sé, e per i pubblici ministeri, alcune delle cose a sue conoscenza a proposito degli appalti della Consip e degli affari o rapporti di Romeo: non si sa se anche dei rapporti suoi non con il papà di Renzi ma con il figlio in persona. Alla domanda sui motivi per i quali, deluso, ha smesso ad un certo punto di essere renziano il commercialista ha  infatti risposto: “Lasciamo stare”.
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L’intervista di Alfredo Mazzei a Repubblica fa il paio con quella, nella scorsa settimana, di Michele Emiliano al Fatto Quotidiano. Cui il governatore pugliese e -ripeto- concorrente di Renzi alla segreteria del Pd, aveva raccontato di avere conservato nel suo telefonino, o simile, messaggini scambiati nel 2014 con l’allora sottosegretario di Renzi a Palazzo Chigi Luca Lotti a proposito di Carlo Russo, amico di Tiziano Renzi, tutti indagati ora per gli affari Consip.
Di quei messaggini naturalmente si sono incuriositi gli inquirenti, che hanno chiesto ad Emiliano di trovare il tempo fra i suoi impegni di governatore regionale e di candidato alla segreteria del Pd per deporre come testimone. Cosa che sarebbe già dovuta accadere ma è stata rinviata al 6 marzo, forse per iniziativa degli stessi inquirenti, visto il gran daffare che hanno.
Sui tempi di azione e di esternazione di Emiliano debbo fare una precisazione ai lettori. Ho attribuito ieri alla ministra dei rapporti col Parlamento Anna Finocchiaro anziché al ministro della Giustizia Andrea Orlando il disappunto, il rammarico, il rilievo -chiamatelo come volete- per la decisione del governatore pugliese di avere parlato della sua riserva di messaggini telefonici al Fatto Quotidiano prima o anziché agli inquirenti, se li riteneva, non foss’altro per la sua esperienza di magistrato, di una certa rilevanza “penale”.
Credo tuttavia di non avere procurato danni o dispiaceri alla ministra Finocchiaro. Che probabilmente, magistrata in aspettativa anche lei, come Emiliano, non ha avuto difficoltà a riconoscersi nelle osservazioni del guardasigilli, peraltro da lei dichiaratamente preferito a Renzi nella corsa alla segreteria del Pd.
renzi

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