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Dopo mesi di dibattiti, appelli e studi di fattibilità (qui l’ultimo focus di Fomiche.net), la finanza islamica sbarca finalmente in Parlamento. La collaborazione degli studi legali (in primis Loconte di Milano) con la commissione Finanze della Camera per studiare una proposta di legge per attrarre, impiantare e sfruttare parte di un business da 1.500-2.000 miliardi, ha dato i suoi frutti. Il presidente della commissione e primo firmatario, Maurizio Bernardo, ha così potuto illustrare e depositare la proposta in Parlamento. L’obiettivo è far decollare la finanza islamica in Italia, come già accaduto negli ultimi anni in Gran Bretagna e in alcuni paesi nord europei, compresa la Germania.

IL PERCHÉ DI UNA LEGGE

Il titolo della proposta è eloquente: “Disposizioni concernenti il trattamento fiscale delle operazioni di finanza islamica”. E la missione che si è prefissato Bernardo è duplice. Da una parte creare una cornice normativa definita per incentivare l’ingresso di investimenti esteri, soprattutto dai Paesi del Golfo. Dall’altra applicare l’imposizione fiscale degli strumenti finanziari tradizionali (mutuo, obbligazione) a quelli sharia compliant. Dunque, rendere possibile anche in Italia l’emissione di un’obbligazione (sukuk), la contrazione di un mutuo (murabaha), la stipula di contratti di leasing finanziari e operativi (ljarah e istisna’a). In questo modo, qualunque famiglia islamica ricorra a suddette operazioni si trasformerà automaticamente in contribuente dello Stato italiano. E, considerando che le famiglie di fede musulmana in pianta stabile in Italia generano un business di 6-7 miliardi, il gettito è assicurato. Il testo incontrerà sicuramente il favore di intermediari finanziari e fondi sovrani. I primi desiderosi di mettere le mani e gestire tali operazioni, i secondi di investire in quadro di maggior certezza fiscale, che li metta al riparo da imboscate.

BUSINESS ISLAMICO, FISCO ITALIANO

Ma è tra le pieghe del testo, nove pagine in tutto per sei articoli, che si coglie il senso della proposta. “La presente legge”, è scritto all’articolo 1, “regola il trattamento tributario delle operazioni finanziarie poste in essere osservando i principi della legge islamica, la shari’a, al fine di assicurare un’imposizione fiscale equiparata a quella delle operazioni finanziarie convenzionali”.  Ancora, recita invece il preambolo, si vuole individuare “alcune tra le principali operazioni previste dalla finanza islamica e conformi ai principi della legge islamica e provvedere alla loro disciplina all’interno dell’ordinamento italiano, così da attrarre capitali ingenti che altrimenti transiterebbero altrove”. In altre parole, intercettare i grossi capitali islamici altrimenti destinati alla Gran Bretagna, mettere in condizioni le famiglie musulmane, cui per esempio è proibito investire in aziende che producono alcolici, di effettuare i propri investimenti nel pieno rispetto delle regole e, soprattutto, pagare le tasse.

TASSE A PROVA DI SHARI’A

Ma quali sono gli strumenti di finanza islamica regolati nella legge presentata da Bernardo? Come emerge dalle slide che accompagnano la proposta di legge, essenzialmente quattro: l’obbligazione (sukuk), il mutuo (murabaha), e i leasing finanziari e operativi (ljarah e istisna’a). Tralasciando per un attimo il sukuk, per quanto riguarda le altre operazioni, verranno sottoposte a quattro tipologie di imposte. L’Iva, l’Ires, l’imposta sui redditi societari, le imposte su bollo e registro e quelle sulle concessioni governative. Per quanto riguarda le ultime due imposte, concessioni e bollo-registro, è stata previsto la possibilità di versare il dovuto  in un’unica soluzione, purché le operazioni superino i 18 mesi: “i soggetti che effettuano le suddette operazioni a medio e lungo termine (durata contrattuale superiore a 18 mesi) possono corrispondere in luogo di tali imposte un’imposta sostitutiva”.

IL PROBLEMA DEI SUKUK

Discorso a parte meritano i sukuk, le obbligazioni. Qui si passa nel campo del mercato del debito, che “presenta profili più difficili da rendere conformi alla tradizione islamica”, si legge ancora nelle slide. La commissione finanze, per aggirare il problema ha previsto di considerarli al pari dei valori mobiliari,  assimilabili alle obbligazioni. Lo schema immaginato è questo, un po’ complesso. Si parte dall’originator cioè il soggetto che ha bisogno di liquidità e cede determinati asset a una società veicolo, la quale a sua volta emette delle obbligazioni (Sukuk) che verranno sottoscritti dagli investitori. I fondi raccolti tramite la sottoscrizione verranno utilizzati dal veicolo per pagare gli asset ceduti dall’originator, mentre gli investitori diventano proprietari pro quota degli asset con la società veicolo che “stipulerà un contratto islamico con l’originator per permettergli l’utilizzo dei beni”. Il regime fiscale previsto è invece l’Iva per quanto riguarda l’originator e la tassazione per le rendite finanziare per quanto riguarda i rendimenti dei titoli emessi, cioè gli stessi sukuk.

L’INCOGNITA TERRORISMO E IL RUOLO DI BANKITALIA

Attenzione però, perché la proposta di legge sulla finanza islamica arriva in momento più che delicato. Il mondo sta ancora metabolizzando l’ultima strage di matrice islamica, a Manchester. E allora come non chiedersi se e come tale proposta non finirà inevitabilmente con il sollevare dubbi dentro e fuori le aule parlamentari. Uno su tutti, la paura che con i proventi di operazioni legate alla finanza islamica si vada a finanziare il terrorismo religioso. Va ricordato che gli intermediari islamici sono obbligati a versare la zakat (la tassa per il culto) e non si può escludere che una parte dei soldi finiscano nei canali di sostegno alla jihad. A questo problema la proposta Bernardo ha dedicato un intero articolo, l’ultimo. “Le operazioni devono essere sottoposte a costante verifica a fini di contrasto del riciclaggio secondo le disposizioni del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231“. La vigilanza spetterà dunque alla Banca d’Italia visto che si tratta del decreto istitutivo dell’Uif, l’unità di informazione finanziaria. Gli 007 di Via Nazionale.

UNA LEGGE NATA CON LA BREXIT

Dice Bernardo a Formiche.net: “Ho pensato a questa legge dopo la Brexit, per intercettare un mercato gigantesco, che con la Brexit potrebbe prendere altre strade. Il  tutto ovviamente a beneficio del Paese, perché tali operazioni produrrebbero gettito. Senza considerare anche i benefici per il sistema bancario, visto che verrà allargato il segmento delle banche che gestiranno gli strumenti di finanza islamica. Sono vuoti che andavano colmati. Forse sarebbe l’ora anche di un intervento sul Bitcoin“. Per quanto riguarda la questione terrorismo, il presidente della commissione Finanze della Camera rassicura: “In Italia non c’è solo la Uif, ma la Guardia di Finanza, la Polizia tributaria. Tutte cose che in molti Paesi non ci sono”.

Così il Parlamento vuole agevolare la finanza islamica in Italia (per fare concorrenza a Londra)

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