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Istituzioni di primaria rilevanza che discettano di trasparenza e di mercato informato ma non aprono bocca per smentire, confermare, precisare o spiegare indiscrezioni giornalistiche che li riguardano per decisioni che hanno un impatto portentoso in borsa e sui risparmi. Consulenti e banchieri d’affari che di solito sputacchiano sulla politica politicante e avversa ai mercati che, dopo aver organizzato e concertato un aumento di capitale, si defilano dal ruolo di garanti sbandierato per settimane, anzi per mesi, senza spiegare alcunché ai mercati e addossando – senza dirlo, perché per lorsignori il silenzio d’oro – sugli italiani che hanno votato No al referendum affondando il governo Renzi la fuga da impegni già presi.

Si è arrivati a osservare anche questo nella vicenda Mps. Ma non è un commento senza nomi e cognomi: basta rievocare un po’ di fatti per far emergere i soggetti e le istituzioni che hanno giochicchiato con i risparmiatori. I fatti si compongono di indiscrezioni fondamentali per i movimenti delle azioni sul mercato smentite solo dopo giorni e di consulenti finanziari che mettono a punto un piano di salvataggio e poi tagliano la corda. E’ fatta anche di questo la complicata storia della Banca Monte dei Paschi di Siena ora capitanata dall’ad, Marco Morelli. Vediamo cosa è successo.

LE VOCI SUL “NO” DELLA BCE

E’ venerdì 9 dicembre ed è circa l’ora di pranzo quando l’agenzia Reuters lancia un’indiscrezione destinata a condizionare l’andamento in Borsa delle azioni Mps: la Banca centrale europea (Bce) avrebbe risposto “no” alla richiesta di proroga per il completamento del piano di salvataggio dell’istituto senese dal 31 dicembre al 20 gennaio. Montepaschi, che quel giorno a Piazza Affari perde circa il 10%, aveva chiesto più tempo soprattutto in virtù del quadro politico cambiato, con la crisi di governo innescata dall’esito del referendum costituzionale e la nascita, poco dopo, dell’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni. La Bce, insomma, rifiuta di concedere appena 20 giorni in più per portare a termine il complesso piano basato su un aumento di capitale fino a 5 miliardi e sulla cessione di un maxi pacchetto di sofferenze del valore originario di oltre 27 miliardi. Seguono giorni di silenzio da Francoforte, in cui in Borsa il titolo Mps è in balia di queste indiscrezioni e in cui prende piede sempre più, proprio per il timore che il salvataggio possa saltare, l’ipotesi di un paracadute pubblico per la banca toscana.

LA PRESA DI POSIZIONE TARDIVA

Bisogna aspettare la sera del 13 dicembre perché la Bce faccia finalmente chiarezza sulla propria posizione: in una bozza di decisione non ancora definitiva, l’autorità di vigilanza guidata da Daniele Nouy spiega di avere rifiutato una proroga poiché “il ritardo nel completamento della ricapitalizzazione potrebbe comportare un ulteriore deterioramento della posizione di liquidità e un peggioramento dei coefficienti patrimoniali, ponendo a rischio la sopravvivenza della banca”.

IL PASSO INDIETRO DI JP MORGAN

Nel fine settimana del 10 e 11 dicembre, in un contesto di difficoltà sempre maggiori per la banca, con la Bce che sembra avere detto “no” alla proroga (solo giorno dopo, come abbiamo appena visto, è arrivata la conferma), le banche consulenti di Mps, in primis Jp Morgan e Mediobanca, che avevano firmato un accordo di pre-garanzia sull’aumento di capitale, decidono di chiamarsi fuori. Lasciando così Mps da sola nel momento di maggiore difficoltà. Si badi bene: non lo mettono nero su bianco in un comunicato ufficiale ma lasciano trapelare voci, che si rivelano fondate. Il passo indietro è sulla garanzia relativa alla ricapitalizzazione. In altri termini, se la banca non riuscisse a raccogliere il denaro necessario sul mercato, non subentreranno le banche del consorzio di garanzia. Da ricordare che l’estate scorsa indiscrezioni di stampa avevano riferito di un asse tra Jp Morgan (in cui ha un ruolo di peso Vittorio Grilli, nella foto) e l’ex premier Matteo Renzi, che sarebbe anche andato a pranzo con il super capo della banca d’affari a stelle e strisce, Jamie Dimon.

IL PARACADUTE PUBBLICO

E’ anche per questo motivo che sta prendendo sempre più piede l’ipotesi dell’apertura di un paracadute pubblico, con lo Stato che potrebbe fare da garante dell’aumento. Attenzione, però, perché le regole europee impongono che la garanzia pubblica debba essere preceduta da una penalizzazione di azionisti e obbligazionisti subordinati (burden sharing).

I fatti non lasciano spazio a dubbi sulle contraddizioni che caratterizzano vigilanti tanto occhiuti quanto muti e consulenti finanziari pronti a incamerare commissioni ma tirchi nel fornire spiegazioni al mercato, ovvero ai risparmiatori. Complimenti.

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Di Michele Arnese e Federico Fornaro

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