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Giovanni Sartori, Vanni per gli amici, persino per Indro Montanelli, al quale l’amicizia non impediva di invidiarne la schiettezza, la scrittura limpida, il sarcasmo e soprattutto la caratura “scientifica”, che al toscanaccio di Fucecchio metteva persino soggezione, mi mancava già da parecchio. Da quando il Corriere della Sera smise di chiedergli editoriali, o lui di proporgliene. Questo non l’ho mai ben capito. E continuerò a non capirlo, per quante spiegazioni cercheranno di dare dalle parti di via Solferino.

So solo che quando la firma scomparve dal “suo” Corriere lui aveva ancora voglia di parlare, di scrivere, di esprimere la sua opinione. Cioè, di vivere, perché parlare, scrivere, discutere, leggere, insegnare, non importa se fisicamente da una cattedra di università, italiana o americana, o da un giornale, era appunto la sua vita.

Diversamente, se avesse veramente deciso di chiudere bottega, di tirare i remi in barca, di godersi con la moglie gli ultimi anni della vita, di guardare dall’alto in basso quelli che lui considerava “pigmei” travestiti da protagonisti della nostra cosiddetta politica, il professore si sarebbe negato a chi gli telefonava per chiedergli un parere, un commento, una battuta, un’intervista. Invece egli era sempre, o quasi sempre, disponibile. Il fatto è che mancavano gli interessati a raccoglierne le impressioni, sapendo forse quanto queste avrebbero potuto infastidire i potenti di turno. Dei quali Sartori diffidava quasi d’istinto.

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Morto a Roma a poco più di un mese dal compimento di 93 anni per insufficienza respiratoria, lui che di aria era stato insaziabile per averne sempre da buttare fuori dai polmoni insieme con i suoi giudizi e qualche volta anche imprecazioni, Sartori non amava il potere e i potenti, veri o presunti che fossero. E neppure li temeva. Li contrastava quando li sentiva forti e li disprezzava quando diventavano cascami.

Preside della facoltà di Scienze Politiche all’università della sua Firenze negli anni della contestazione, dopo la pretesa dei sessantottini d’oltralpe di portare la fantasia al potere, Sartori fronteggiò come pochi gli emuli italiani della presunta rivoluzione. Lui seppe ascoltare ma ancor più seppe farse sentire e, all’occorrenza, ubbidire. Se ne andò via, abbastanza stanco e deluso, solo quando le contestazioni divennero appunto cascami. A quel punto non lo interessarono più.

Per arrivare a tempi meno lontani, quando la sua fiducia, chiamiamola così, nel sistema elettorale maggioritario in funzione della cosiddetta governabilità sembrò appagata col referendum che nel 1993 liquidò, o quasi, il metodo proporzionale, mentre i magistrati ne decapitavano i protagonisti, Sartori fu il primo a capire che non se ne sarebbe ricavato granché. E cominciò a dileggiare le leggi elettorali che via via cercavano di mettere ordine al disordine latinizzandone i nomi, quasi per sottolinearne il carattere maccheronico. Così la legge Mattarella del 1993 divenne Mattarellum, quella Calderoli applicata nel 2006 Porcellum, quella prodotta dai tagli della Corte Costituzionale, nel Palazzo della Consulta, Consultellum.

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Di Silvio Berlusconi, sempre per limitarci ai tempi più recenti della storia repubblicana dell’Italia, non ho mai capito se a Sartori avesse dato più fastidio negli anni del governo il cosiddetto conflitto d’interessi, di cui scriveva spesso come di una dannazione, o l’improvvisazione con la quale lo vedeva affrontare un po’ tutti i temi che non riguardassero i suoi interessi, appunto, inseguendo con i sondaggi più gli umori che i bisogni reali del Paese. Che fu una pratica seguita anche sui banchi dell’opposizione.

Di Matteo Renzi, che forse come sindaco e poi ex sindaco di Firenze si aspettava dal fiorentino Sartori un po’ di comprensione, l’esigentissimo Vanni diffidò subito liquidandolo come “un fanciullino”. Non gli bastava evidentemente “il giovanotto” scelto da altri critici.
La legge elettorale renziana chiamata Italicum, come per prevenire autonomamente la traduzione latina imposta proprio da Sartori a tutti i provvedimenti di quel tipo, per quanto ipermaggioritaria, specie nel cosiddetto combinato disposto con la riforma costituzionale poi bocciata col referendum del 4 dicembre scorso, venne liquidata da Vanni con gli amici, in mancanza dei lettori del suo Corriere, come un bastardellum.

A questo punto, visto che viene la tentazione di passare agli argomenti del dibattito politico di questi giorni, fra i quali è tornato a primeggiare il problema di come mandare alle urne gli italiani la prossima volta, mi fermo. Lo faccio per lutto. In onore e in memoria del grandissimo Giovanni Sartori. Addio, professore. Addio, Vanni. Già mi mancavi, ripeto, e ancor più mi mancherai adesso.

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sartori

Vi racconto quel geniaccio di Giovanni Sartori

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