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La Casa Bianca fa sapere che la lotta allo Stato islamico e la stabilità mediterranea saranno al centro dell’incontro tra il presidente Donald Trump e l’omologo egiziano Abdel Fattah al Sisi. La visita inverte una volontà del suo predecessore, Barack Obama, che si era rifiutato di ospitare il generale egiziano per via dello scarso considerazione mostrata nei confronti del rispetto dei diritti umani in Egitto. Ma Trump e Sisi si erano già incontrati a settembre 2016, nel rush finale della campagna elettorale presidenziale, e due mesi più tardi l’egiziano fu il primo dei leader mondiali a congratularsi per la vittoria.

IL FEELING CON GLI UOMINI DAL PUGNO DURO

Politico suggerisce che l’incontro aprirà una finestra su come il presidente americano ha intenzione di porsi nei confronti dei presidenti autoritari (leggasi anche “dittatori”), e questo suggerisce che si sta buttando un occhio per il futuro, prossimo approccio a Vladimir Putin; mentre per la seconda volta in due mesi il turco Recep Tayyp Erdogan ha ricevuto una visita da parte dell’amministrazione americana (stavolta è toccato al segretario di Stato Rex Tillerson, i primi di febbraio invece era volato ad Ankara il capo della Cia). Sisi ha entrature nell’amministrazione perché è visto favorevolmente dal potente stratega politico Stephen Bannon, dal discusso consigliere per l’anti-terrorismo Sebastian Gorka e da Derek Harvey (che all’interno del Consiglio di Sicurezza nazionale ha la delega per il Medio Oriente).

CONTRO LA FRATELLANZA

Tra i punti di contatto la linea di contenimento del terrorismo adottata da Sisi, molto dura (“per alcuni brutale”, citando di nuovo Politico). Trump ha mostrato in più occasioni che almeno a livello formale la sua intenzione è adottare una politica molto forte sul tema – e i provvedimenti sul contenimento degli ingressi nel paese ne sono un esempio. La vicinanza a Sisi potrebbe essere sponda anche per un provvedimento che da tempo è in discussione, che riguarda l’inserimento della Fratellanza musulmana all’interno dei gruppi terroristici individuati dal dipartimento di Stato. Una scelta che viene considerata eccessiva e rischiosa, perché la Fratellanza rappresenta la più forte corrente pan-araba dell’Islam politico e diversi movimenti e partiti si rifanno alle sue visioni (un esempio, l’Akp di Erdogan).

LOTTA ALL’IS, LA CHIAVE

Sisi si trova impegnato nella repressione interna di gruppi politici e movimenti che appartengono alla galassia dei Fratelli, ma contemporaneamente è attivo per sopprimere lo sviluppo della Wilayat Sinai dello Stato islamico, che nonostante il supposto pugno duro contro il terrorismo s’è insediata nel nord della penisola omonima prendendone progressivamente il controllo territoriale. L’area è un passaggio nevralgico per i traffici che salgono da Suez. E qui l’argomento diventa ancora più complesso, perché apre alle dinamiche mediterranee: per esempio, il ruolo del Qatar, paese vicino alla Fratellanza e istintivamente lontano dalle posizioni militaresche del Cairo, ma interessato al mantenimento della stabilità lungo il canale per garantire il passaggio del proprio gas naturale liquefatto verso i rigasificatori come quello di Rovigo (il Qatar è una liquified natural gas nation).

L’ITALIA, LA LIBIA, IL MEDITERRANEO

Roma deve guardare con attenzione l’incontro, perché potrebbe portare informazioni importanti sulla postura dell’America di Trump in Libia. Washington finora è stata allineata, insieme all’Europa e soprattutto all’Italia, su Fayez Serraj, il premier (incompiuto) scelto dalle Nazioni Unite per guidare il processo di rappacificazione libico. L’Egitto invece ha sempre sostenuto l’opposizione al progetto onusiano, rappresentata dalle mire egemoniche cirenaiche incarnate dallo pseudo-Sisi Khalifa Haftar, che combatte le milizie che sostengono Serraj, molte delle quali hanno base politica che si ispira alla Fratellanza (e hanno ricevuto aiuti di vario genere da Qatar e Turchia). Il Cairo in questa sua posizione ha ricevuto supporto diplomatico dalla Russia, in una partita in cui l’Egitto è tornato conteso tra Occidente e Mosca come ai tempi della Guerra Fredda, anche perché la lotta all’IS si porta dietro la necessità di acquistare armi (americane o russe, oppure francesi).

Che cosa si diranno Trump e al Sisi

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