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Cnf è l’acronimo di “Costi del Non Fare”, vale a dire quanto costano i ritardi italici nello sviluppo di reti infrastrutturali efficienti, in termini di impatti non solo economici ma anche sociali e ambientali. Le infrastrutture sono, per forza di cose, una specie di variabile indipendente da cui un Paese non può prescindere; è l’indicatore forse più importante per capire e fare previsioni sulle prospettive di medio-lungo termine. Da circa un decennio, Agici Finanza d’impresa realizza un rapporto annuale che si sforza di misurare le ricadute economiche del mancato adeguamento delle reti strategiche del nostro Paese: dalle strade alle ferrovie, dalla logistica alle vie del web, dai gasdotti alla rete elettrica, i Costi del Non Fare – così Agici li ha ribattezzati – pesano come un macigno sulle nostre chance di crescita, in tutti i settori chiave sia per il pubblico sia per il privato.

Il prof. Andrea Gilardoni, che guida il gruppo di esperti Agici, spiega che rispetto agli anni precedenti “ci sono stati dei miglioramenti grazie al completamento di alcune opere strategiche; ma la riduzione dei Cnf è anche legata a obiettivi meno ambiziosi, a cominciare, ad esempio, dal settore elettrico, dove il calo dei consumi ha reso quasi esuberante l’esistente. Se gli obiettivi sono meno elevati, non perseguirli comporta minori costi”. Rimanendo nell’esempio elettrico, se è vero che i Costi del Non Fare stanno riducendosi bisogna però ricominciare a sostenere i consumi: infatti, secondo Agici è possibile calcolare una necessità di impianti di produzione di energia per 22.900 MegaWatt (per un Cnf di 43,7 miliardi di euro), 5mila km di reti di trasmissione e 160 cabine (per un totale di 12 miliardi).

C’è poi il grande capitolo della banda ultralarga, che è la voce più corposa del report. Perché tutto ciò che ruota intorno alle Tlc ha implicazioni su ampissimi settori dell’economia e della società: fare poco o non fare niente in tema di banda larga ha un Cnf di 379 miliardi in quindici anni.

Passando alla logistica – “la seconda diseconomia in ordine di importanza” – occorre investire seriamente nelle infrastrutture portuali perché c’è un Cnf di quasi 58 miliardi, così come è da recuperare il grave deficit nella viabilità dove si stima un fabbisogno di 600 km di autostrade per un costo di 23,8 miliardi di euro. Poco edificanti sono anche i numeri del sistema idrico – di recente ne abbiamo parlato anche noi di ORTI – con i suoi 92mila km di rete ormai obsoleti che vanno sostituiti (Cnf: 32 miliardi).

Insomma, a leggere i dati di Agici l’orizzonte si allontana e la voglia di competere con gli altri Paesi inevitabilmente deve fare i conti con la dura realtà.

Quanto costa il gap infrastrutturale? I numeri di Agici per il 2016

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