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Un pugno allo stomaco per dire che dall’autismo non si guarisce, neanche a 18 anni. Per dire che è vergognoso che un Paese si ricordi dell’autismo il 2 aprile con le solite iconografie, palloncini azzurri, mondi capovolti, bambini dolcissimi imbambolati o piccoli geni. Per dire che un Paese non può soltanto tagliare nastri ma deve pensare al futuro dei suoi cittadini autistici di cui non sa neanche il numero preciso (tra i 350mila e i 500mila).

Il pugno di Gianluca Nicoletti (nella foto) è il film “Tommy e gli altri”, con la regia di Massimiliano Sbrolla, per narrare l’autismo attraverso storie di isolamento e mancata conoscenza, ma anche la voglia di andare oltre lo stereotipo e il pietismo di una giornata di festa che non deve festeggiare niente. Il film sarà in onda sabato 1 aprile su Skyarte e su Skycinema, e il 2 aprile in chiaro su Tv8. Nicoletti racconta di suo figlio Tommy che, con il suo silenzio, è appena diventato maggiorenne. Un compleanno speciale che lo rende legalmente “guarito”, perché secondo la legge italiana esistono solo bimbi autistici e non adulti, cessano quindi programmi e cure speciali. I genitori devono avere cuore grande e spalle molto larghe. È una cosa Nicoletti l’ha già ottenuta. Alla presentazione del film in anteprima al Senato, “Tommy e il suo amico Achille erano seduti a fianco del presidente Pietro Grasso, un’immagine che credo non passerà indifferente e che lascerà un segno”.

Il film si apre con Nicoletti in onda al Festival di Sanremo mentre nasceva suo figlio e si chiude con un vecchio filmino, in cui padre e figlio hanno lo sguardo innamorato a suggello di un legame speciale. “L’autismo è qualcosa che mi ha attraversato la carne – dice Nicoletti, scrittore e giornalista – forse se non avessi avuto mio figlio non ne avrei mai scritto o scritto semplicemente con scrupolo professionale… invece ho cominciato 5 anni fa a scriverne, a parlarne… perché so cosa significa e cosa succede a tanti genitori che non hanno visibilità. E raccontando mi sono reso conto che i primi nemici dei ragazzi sono i genitori che per pudore, paura o vergogna nascondono i figli e i problemi”.

Il suo rapporto speciale con Tommy, infatti, Nicoletti l’ha già raccontato in due libri, “Una notte ho sognato che parlavi” e “Alla fine qualcosa ci inventeremo” perché è convinto che di autismo è necessario parlare non soltanto per i genitori che affrontano una vita difficile ma per i ragazzi che un domani rischiano di restare soli e diventare “semplicemente una retta in una stalla alias istituto di ricovero”.

Il film è un viaggio in pulmino da Trento e Madonna di Campiglio fino a Praia a mare e Gravina di Puglia passando per l’Aquila e Napoli, in cui padre e figlio incontrano gli “amici di Tommy”, altri ragazzi e ragazze autistici e i loro genitori e soprattutto incontrano situazione di isolamento, di mancanza di cultura, di falsa speranza in cure “omeopatiche”, di soldi spesi cercando una “normalità” impossibile, di integrazione difficile. Ma c’è anche il divertimento, l’ironia caustica di Gianluca e il vomito di Tommy, le risate e le medicine, la voglia di fare di questi ragazzini e l’imbarazzo di qualche mamma. “C’è tutto perché questi bambini diventano adulti e dai colori passano alle pulsioni sessuali e i genitori devono affrontare ogni cambiamento”. C’è di tutto perché, come ribadisce Nicoletti, “questo è un problema che va affrontato perché i miracoli non accadono e perché invece succedono le tragedie, i drammi della disperazione…”.

Tanto assente nel film quanto super presente in casa è Natalia, la mamma di Tommaso. “Libri e film sono di Gianluca, ma nella realtà sfido chiunque a riuscire a ‘vivere’ senza la collaborazione dell’intera famiglia. Ci sono io ma c’è anche il fratello che nel suo piccolo, o nel suo grande, ha contribuito a far sì che Tommy potesse fare le cose che hanno reso la sua vita, secondo noi, dignitosa”.

Natalia è straconvinta dell’utilità del documentario del marito tanto da “sopportare tutto a cominciare dalla fatica”, perché questo film è una “scossa per far uscire i problemi nascosti dalle famiglie per una forma di pudore atavico, quasi sentendosi colpevoli l’uno agli occhi dell’altra e viceversa, dei suoceri o dei genitori stessi, per un figlio diverso… figurarsi all’esterno…”.

La leggerezza con cui Natalia parla, la forza d’animo di una donna che fino all’adolescenza si è fatta carico del figlio autistico, fin da quando, piccino e vivace, veniva sottoposto ai vari test per capire perché non parlava. “Ricordo una neurologa che mi disse di non preoccuparmi, tanto i genitori dei figli disabili si abituano, accettano con tranquillità. Io dico che non ci si abitua, ma ci si deve dar da fare, non bisogna piangersi addosso ma cercare sempre il meglio, è una vita difficile ma ogni passettino diventa una grande conquista”.

Tommy

Perché "Tommy e altri" è un salutare pugno allo stomaco

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