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Mentre Virginia Raggi affronta a Roma l’imbarazzante “questione polizza”, ecco che le elezioni politiche nazionali inesorabilmente si avvicinano. Lo scenario non soltanto è incerto, ma appare inquieto. Al solito, impera l’incognita legge elettorale, garantita soltanto dagli interventi emendatori della Corte, senza che tuttavia si sappia bene se e come sia possibile intervenire per via parlamentare al fine di adattare, migliorare e rendere omogeneo il criterio di selezione del consenso di Camera e Senato.

Se si passa poi alle dinamiche dirette e interne alle forze politiche, l’incertezza diviene caos, e le antiche malattie italiche, divisioni e particolarismi, producono effetti dirompenti.

Nel Pd la scissione è ormai alle porte. Il più grande partito di sinistra, che nei sondaggi è circa al 30%, si vede ormai polarizzato in Matteo Renzi, da un lato, e nella sinistra interna, dall’altro. È difficile fare previsioni, ma di certo tenere unito questo movimento, senza un Congresso anticipato, non sembra realistico e possibile prima di giugno. Tanto più che un’assemblea plenaria finirebbe comunque per far emergere in modo esplicito l’irriducibilità delle contraddizioni interne, piuttosto che risolverle.

Poi, accanto alla galassia Democrat, ecco il M5S: i sondaggi non vedono ancora i Grillini indeboliti dagli scandali capitolini, tanto che attorno ad essi si attesta un consenso di un altrettanto consistente 30%. Il problema del Movimento, a ben vedere, è opposto e contrario al PD. La leadership di Beppe Grillo non è in discussione, ma non si vede chi e soprattutto come potrebbe governare una nazione tanto complessa come l’Italia, non riuscendo a gestire neanche la sua Capitale.

Eccoci giunti così a considerare il terzo polo, l’antico e mai defunto Centrodestra. Gli sforzi unitaristi di Renato Brunetta e di Giovanni Toti per adesso non sembrano cavare un ragno dal buco, anche perché non paiono convincere e motivare Silvio Berlusconi.

D’altronde Fratelli d’Italia e Lega, in forte crescita, si attestano insieme intorno al 20%. Con Forza Italia, attualmente intorno al 12%, è matematicamente evidente che un Centrodestra unito sarebbe maggioranza nel Paese, come è altrettanto evidente che divisi finirebbero tutti nel mattatoio, a prescindere da Maggioritario o Proporzionale, da premio di coalizione e premio di lista.

Spostiamo quindi il ragionamento sulla sostanza. Mentre nel Pd c’è un problema concreto di linea politica che separa Renzi dalla Sinistra, tra FI e Destra non vi sono realmente divisioni tanto radicali: sì, visioni diverse su problemi diversi, anche su questioni internazionali, ma soprattutto una differenza cromatica e stilistica, facilmente stemperabile, se si volesse.

Oggi è chiaro che nel mondo c’è un vento conservatore, che va da Occidente ad Oriente, e questa linea di tendenza finisce per rendere incomprensibile politicamente il tergiversare di Berlusconi e le velleità non maggioritarie di Salvini e Meloni.

A colpire è il fatto che, oltretutto, l’elettorato moderato italiano non cambia casacca. Chi non è di centrosinistra non vota il centrosinistra. E ciò significa che uno spazio politico non solo c’è, ma preferisce perdere, votando spezzettato, piuttosto che vincere dando sostegno alla sinistra.

Ora, la prospettiva unitaria del centrodestra non può però implicare il caravan serraglio, la logica del tutti dentro e chi si è visto si è visto. Si tratta piuttosto di spiegare agli italiani le differenze culturali tra una lettura del nostro tempo come quella di Matteo Salvini e di Giorgia Meloni e quella più centrista di Berlusconi, evidenziando tuttavia la compatibilità.

Un tempo si sarebbe detto: politica di lotta e di Governo. Il centrodestra ha dalla sua che dà comunque garanzie di saper gestire lo Stato e ha l’esperienza per saper guidare un esecutivo, a dispetto del M5S. Bisognerebbe che i diversi protagonisti sapessero superare definitivamente la logica del riciclaggio di vecchi personaggi a tutti i costi e la paura di stare insieme, sia pure senza avere necessariamente la stessa storia politica e optare per infauste e tardive rottamazioni.

Oggi il centrodestra può investire su una critica forte al potere, emersa con le gestioni internazionaliste e lobbiste dei progressisti, tornando a sostenere un vero popolarismo conservatore, articolato attorno a sovranità nazionale e a logica generosa, a critica dell’Unione senza distruzione dell’Europa, a una stretta sull’immigrazione clandestina senza finire in una deriva umanitaria.

Per fare questo il Centrodestra deve essere unito, e in tal modo potrebbe essere vincente. Basti pensare, finalmente, che una critica radicale al potere finanziario e antidemocratico, tanto necessaria oggi, è possibile solo se dietro vi è una concezione autenticamente umana della società, altrimenti si finisce per avvitarsi in velleità demagogiche che si traducono in sicuri fallimenti politici.

Il nostro è un Paese complesso che ha bisogno della Destra per ritrovare il popolo, e ha bisogno del Centro per governare lo Stato. Si riparta da qui.

milan, centrodestra

L’incognita di un centrodestra vincente e diviso

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