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Un giudice federale dello Stato di Washington ha firmato un provvedimento per sospendere temporaneamente il controverso ordine esecutivo con cui il presidente americano Donald Trump aveva bloccato l’accoglienza dei rifugiati e impedito l’ingresso negli Stati Uniti a tutti i cittadini di sette paesi. Il giudice James Robart, nominato anni fa da George W. Bush (dunque filo-repubblicano?), ha accolto un ricorso sulla costituzionalità presentato a Seattle e ha allargato la sentenza a tutto il paese; in precedenza altre sentenze avevano avuto applicazioni più specifiche e restrittive.

BAN MOMENTANEAMENTE SOSPESO

Per i cittadini di quei paesi sottoposti al ban sarà possibile presentare nuovamente la domanda per il Visa. Nel frattempo si è saputo anche che Trump aveva già inviato un altro executive order al dipartimento di Stato, una specie di misura preventiva (probabilmente era chiaro che prima o poi potesse verificarsi una situazione come quella di Seattle, perché i giudici locali a volte sospendono decisioni federali): oltre sessantamila visti di ingresso di cittadini di qualsiasi genere, professione, religione, di Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen sono stati revocati. Queste persone al momento non possono più entrare negli Stati Uniti, mentre altre resteranno bloccate all’interno del paese, e non è chiaro se loro posizione sarà quella di irregolari. Per il momento c’è molta incertezza su come ristabilire questo nuovo, radicale cambio di circostanze deciso da Robart. La Casa Bianca comunque ha già annunciato la volontà di ripristinare la situazione “appropriata e legale” nel più veloce tempo possibile. Trump potrebbe creare un provvedimento di urgenza, ossia un altro ordine per reintrodurre il precedente (oppure, se tutto restasse sospeso sarebbe la Corte Suprema a decidere).

L’ALTRA BOCCIATURA

Quella che è una bocciatura temporanea a uno dei più criticati e ambigui provvedimenti presi finora da Trump è stata seguita da un altro insuccesso per l’amministrazione. Vincent Viola, veterano di fanteria da West Point e soprattutto tycoon di Vertu Financial dal patrimonio stimato intorno agli 1,8 miliardi di dollari che il presidente aveva proposto come Army Secretary, si è tirato indietro dall’incarico. Military Times, il sito specialistico che per primo ha dato la notizia, riferisce che la decisione di Viola arriva come conseguenza dell’impossibilità di sottostare alle regole del Pentagono sul conflitto di interessi. Da un po’ si parlava del lavorio tra i consulenti di Viola per passare le sue quote in alcune sue società (tra cui la squadra del campionato NHL Florida Panthers) ad alcuni membri della famiglia, ma non sarebbe bastato per soddisfare i requisiti. La scorsa settimana una sorte simile era toccata ad Anthony Scaramucci, altro uomo d’oro di Wall Street che Trump voleva per un ruolo di alto profilo alla Casa Bianca, ma che ha dovuto rinunciare per via che una delle sue aziende è stata recentemente venduta a una società cinese vicina al Partito comunista di governo.

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