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La paura deve essere stata tanta, se non altro per aver preso una decisione che ha dell’insolito. La Cina, in perenne inseguimento della crescita e in attesa dei temuti dazi americani che inaugureranno l’amministrazione Trump, sta assistendo a un fenomeno piuttosto curioso: alcune banche, di loro sponte, hanno deciso di alzare il costo dei loro prestiti, andando contro l’orientamento della Pboc, la Banca centrale cinese, fin qui restia a intervenire sui tassi. Come noto, le autorità del Dragone, hanno fin qui tenuto pressoché congelati i tassi di riferimento, in attesa di capire se le maxi iniezioni di liquidità messe a terra nel 2024, sortiranno qualche effetto sull’economia.

Ma per molti istituti, non c’è tempo da perdere. Bisogna alzare il costo dei finanziamenti per garantirsi maggiori ricavi in termini di interessi, scongiurando una crisi di cassa. E dunque, alcune banche cinesi di diverse province, quelle più legate ai territori per intendersi, hanno preso l’insolita decisione di aumentare i tassi sui mutui, motivando tale scelta con le preoccupazioni per la contrazione dei margini di profitto nel contesto di una ripresa economica incerta. Alcuni istituti in città come Guangzhou, Qingdao e Nanchino hanno aumentato i tassi dei mutui per le prime case di cinque punti base (bps) a 20 bps da novembre, fino al 3,1%.

“Questi aumenti”, ha rivelato una fonte a Reuters, “sottolineano la crescente pressione sulle banche cinesi, che negli ultimi anni sono state costrette a tagliare i tassi dei mutui per stimolare gli acquisti di case dopo che i costruttori immobiliari sono stati colpiti da una crisi del debito. I dati ufficiali mostrano che i margini di interesse netti delle banche, un indicatore fondamentale della redditività dei prestiti, sono scesi al minimo storico dell’1,53% nel terzo trimestre”.

E pensare che proprio in queste ore la Banca centrale cinese ha annunciato di aver mantenuto invariati principali tassi di riferimento sui prestiti confermando quello a 1 anno al 3,1% e quello a 5 anni al 3,6%. Una decisione largamente attesa dai mercati. In questo modo, la banca centrale cinese sta cercando di trovare una via di compromesso fra lo stimolare la domanda e la crescita economica ed alleviare le insistenti pressioni sullo yuan. Il meeting economico del partito comunista, tenutosi a dicembre, aveva confermato la volontà di sostenere una politica monetaria espansiva e quindi ulteriori tagli dei tassi d’interesse, per rivitalizzare una debole domanda interna, ma è più probabile un sostegno in ambito fiscale che monetario in questa fase. Ma qualcuno, evidentemente, non la pensa così.

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