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Come sovente accade quando si ha dinanzi un dittatore, anche Fidel Castro era uomo dal doppio volto. Pure nel rapporto con la Chiesa cattolica. Ufficialmente, quando si trattava di ricevere Papi in visita e delegazioni vaticane, sembrava un perfetto padrone di casa, cortese e disponibile all’ascolto, raccontando anche del suo passato di studente presso i Gesuiti. Una volta spenti i riflettori, tornava il Líder Maximo che non tollerava dissensi rispetto alla sua linea. E quindi la chiesa tornava a essere più o meno sotterranea, incapace di dispiegare con tutta la forza possibile e necessaria la sua azione (anche e soprattutto educativa), i fedeli schedati, i dissidenti minacciati o fatti sparire in improbabili incidenti stradali.

L’IMMAGINE STORICA DEL 1998

Certo, l’immagine spesso è quella che conta. E così alla storia sono passati i viaggi sull’isola dei Pontefici, primo fra tutti (e di gran lunga più significativo) quello di Giovanni Paolo II nel gennaio del 1998. Karol Wojtyla era già anziano e malato, e le foto di Castro (per una volta senza divisa militare) ad attendere paziente l’ospite ai piedi della scaletta dell’aereo è rimasta nell’immaginario collettivo. Giovanni Paolo II, fiero avversario del comunismo in ogni sua forma (i latinoamericani ne sanno qualcosa) chiese subito a Cuba “di aprirsi al mondo” e al mondo “di aprirsi a Cuba”. Al termine dello storico viaggio, Fidel decise di ripristinare il Natale come festa civile.

L’INCONTRO CON BENEDETTO XVI

Passarono gli anni, il Comandante si ritirò a vita privata e nel 2012 sull’isola caraibica sbarcò Benedetto XVI in uno dei suoi ultimi viaggi internazionali prima della rinuncia al pontificato. Fu accolto da Raul. Buoni colloqui, qualche ulteriore apertura da parte del governo rivoluzionario, scambio di doni e incontro con Fidel in nunziatura. Castro chiese a Ratzinger consigli su libri da leggere. Anche qui strette di mano e un impegno (mantenuto) dal regime: il Venerdì Santo veniva ripristinato come festa civile.

L’INTESA CON FRANCESCO

Tre anni dopo è la volta di Francesco. Prima di recarsi negli Stati Uniti, Bergoglio chiese di fare tappa sull’isola. I negoziati tra L’Avana e Washington per la ripresa delle relazioni diplomatiche era a buon punto, sotto gli auspici e la mediazione fondamentale della Santa Sede. Una visita preparata meticolosamente: non bisognava cadere in incidenti diplomatici, e così il Papa subito omaggiò Fidel nel suo intervento appena sbarcato nella patria della Revolución. In seguito, al termine della grande messa celebrata nella capitale, Francesco si recò in visita all’anziano leader. Anche in questo caso i bollettini parlarono di “incontro cordiale e informale”, con il consueto scambio di doni a corredo: libri, cd, una copia della Laudato si’ e una della Evangelii Gaudium. Sul tavolo del colloquio: la protezione dell’ambiente e la situazione nel mondo.

IL RUOLO DEL CARDINALE ORTEGA Y ALAMINO

Un ruolo fondamentale, al di là del certosino lavoro a fari spenti della Segreteria di stato, è stato rivestito dal cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino, arcivescovo da poco emerito dell’Avana che per più di trent’anni ha mediato con il regime. E’ stato lui l’artefice della politica dei “piccoli passi” che ha favorito il miglioramento della situazione della chiesa (seppur assai lungi dall’essere completato) e la timida apertura al mondo di Cuba invocata quasi vent’anni fa da Giovanni Paolo II.

Tutti i dettagli sul rapporto controverso di Fidel Castro con la Chiesa e i Papi

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