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Lunedì mattina l’account Twitter dell’operazione turca Scudo dell’Eufrate annunciava che jet inviati da Ankara avevano colpito postazioni dei curdi siriani. Le forze del Pyd, che è l’ala politica delle più note milizie Ypg, sono state bersagliate in tre villaggi dell’area tra al Bab e Manbij (l’agenzia di stampa statale Anadolu conferma). Non è di certo la prima volta che accade in queste settimane, e forse si tratta di nomi che così messi possono sembrare vuoti di significato, ma hanno un valore politico di primo piano.

LA SCUDO

L’operazione Scudo, lanciata il 24 agosto, è una missione militare attraverso la quale il governo turco vorrebbe, appoggiandosi a gruppi combattenti dei ribelli del Free Syrian Army, liberare il confine turco-siriano dalle infestazioni terroristiche. L’operazione si svolge su suolo siriano, visto che Ankara ritiene che il proprio lato del confine sia ripulito (qui ci sarebbe da scrivere un saggio sulle relazioni tra gruppi a differente livello di radicalizzazione e la strategia clandestina con cui per anni il governo turco ha dato supporto alle opposizioni armate siriane, salvo poi trovarsi il nemico in casa; ma si passerà oltre parlando al presente: la Turchia è nemica dell’IS, e la cosa è ricambiata). I tweet dell’account istituzionale @EuphratesShield che racconta man mano il procedere dei lavori, svelano anche il secondo fine della missione Scudo: bloccare i curdi siriani. Al nord della Siria la presenza dei curdi s’è andata via via ingrossando, soprattutto perché i combattenti dell’Ypg sono considerati alleati fidati dagli Stati Uniti (ora gli americani le stanno accompagnando verso la roccaforte baghdadista di Raqqa). Washington li ha armati – e sostenuti (con vario grado di coinvolgimento) attraverso 300 forze speciali – nella missione impegnativa di liberare quel territorio dallo Stato islamico; i baghdadisti lo consideravano strategico per il fatto che il confine turco era visto come un colabrodo con maglie allargate dalla collusione da cui far passare di tutto, dalle armi ai combattenti. Le Ypg sono state valorose e hanno liberato centinaia e centinaia di chilometri di territorio (anche se non sono mancate polemiche per gli usi non proprio umanitari riservati agli arabi che vivevano nei villaggi liberati). Alla formazione ideale dello stato indipendente del Rojava, mancava solo una striscia centrale, in cui però quest’estate la Turchia ha incuneato i propri militari (e paramilitari). Un modo per bloccare le ambizioni curde, che sarebbero state un problema ulteriore per le dinamiche interne: che sarebbe successo con i curdi di Turchia (con cui il governo è in guerra) se Washington prima o poi avesse concesso, o spinto per concedere, indipendenza ai curdi in Siria, come riconoscimento per l’impegno militare contro i baghdadisti?

AL BAB

L’ultimo villaggio da riprendere dal controllo dell’IS si chiama al Bab, su cui nelle settimane passate s’è concentrata la corso a tra le Ypg e le forze turche, che sono arrivate per prime e hanno iniziato a marcare il territorio spingendo i propri bombardamenti anche più a est verso Manbij. Manbij è paradigma del problema: la città è in mano ai curdi siriani, che l’hanno liberata attraverso un’offensiva cerimoniosa a cui hanno partecipato anche le forze speciali americane. E dunque, la Turchia, alleata degli Stati Uniti e della Nato, colpisce i curdi in un’area in cui è stata Washington a metterceli. È un problema di stabilità dell’alleanza non di secondo ordine.

L’EQUILIBRIO CON I RUSSI

Le attività militari turche in Siria è ovvio che avvengano con il placet russo, perché Mosca ha il completo controllo dei cieli, e niente si muove senza il consenso della Russia. C’è un patto tra “zar e sultano”, come amano chiamarlo i giornalisti evocando immagini storiche per descrivere le malcelate ambizioni dei rispettivi presidenti. E questo patto ha più o meno un bilanciamento che un osservatore turco (che preferisce non essere nominato), per spiegarci che il ruolo di Ankara è subordinato a quello di Mosca, ci descrive così: “Putin ha detto a Erdie: se vuoi fare quel che vuoi lassù lasciami in pace ad Aleppo, sennò niet”. In effetti sono mesi che la Turchia dice nulla sulla strage di civili che i governativi stanno compiendo mentre combattono i ribelli aleppini, molti dei quali sono membri delle stesse unità che operano sotto la Scudo — anzi, verrebbe da dire che l’inizio dell’operazione e lo spostamento di forze più a nord li ha indeboliti favorendo la campagna del regime siriano (che ufficialmente è nemico della Turchia ma amici della Russia). Il punto di equilibrio in questa situazione sta nella risposta a una domanda: cosa faranno i ribelli siriani integrati nell’operazione turca quando avranno ripreso al Bab e si troveranno a poche decine di chilometri dai loro fratelli che il regime sta massacrando ad Aleppo?

AMERICA, OGGI E DOMANI

L’altro grande punto di bilanciamento è con Washington. Finora l’America ha accettato le azioni di Ankara contro i curdi e lo ha fatto per due ragioni. Primo, gli americani ritengono più importante il ruolo logistico della Turchia nella lotta allo Stato islamico piuttosto che il destino finale della guerra siriana. Secondo, avevano la necessità di lasciare spazio ad Ankara dopo che la reazione al tentato golpe di luglio era stata fredda e disinteressata. Recep Tayyp Erdogan tuttavia s’e detto deluso dall’atteggiamento di Barack Obama — “Con che faccia, dopo che gli ha fatto fare tutto quel che voleva, e non solo sulla Siria intendo” continua il contatto turco di Formiche.net, riferendosi anche alla stretta violenta sul potere interno, passata in Occidente senza troppi scandali. Ora però le cose stanno cambiando: si sa che Michael Flynn, il Consigliere per la Sicurezza nazionale scelto dal presidente eletto Donald Trump, ha manifestato (per esempio in un lungo commento su The Hill) posizioni positive verso Erdogan, “un alleato in difficoltà” che dobbiamo aiutare. Ma non sappiamo quale sarà la visione di Trump: il repubblicano è attratto dagli uomini di potere, dai leader autoritari, ma Erdogan è pure l’esempio dell’Islam politico, ed è noto il pensiero di Trump sul mondo musulmano (e con lui quello di altri falchi del suo inner circle). Secondo alcuni analisti il futuro rapporto Stati Uniti/Turchia è una delle questioni importanti della prossima amministrazione: in gioco equilibri interni alla Nato, tra il primo e il secondo esercito dell’alleanza, e la presenza regionale nel Medio Oriente. Per esempio Ian Bremmer (presidente di Eurasia Group) ha fatto notare che sulla Turchia la prossima amministrazione americana ha per ora un po’ di confusione. Bremmer ha sottolineato la discrepanza tra le attività di lobby pro-Erdogan di Flynn, con una dichiarazione di qualche tempo fa fatta dallo stesso Flynn che si diceva felice per il colpo di stato di luglio.

 

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