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Esperti (anche di area democratica) sostengono che quando, nel 2009, Obama assunse la presidenza degli Stati Uniti, la situazione iraqena aveva subito una svolta (per merito dell’applicazione della strategia del generale Petraeus) in senso favorevole al governo in carica, alla sua stabilizzazione e alla sconfitta generalizzata degli insurgents.

Il conflitto in Afghanistan e in Iraq, aperto dagli americani, aveva una ragione ben precisa: portare la guerra nell’area di coltura di Al-Qaeda e del terrorismo islamico, con l’obbiettivo di allontanare i pericoli di attentati nel territorio americano e di eliminare, appunto, tutta l’area medesima. Gli esperti di cui sopra hanno sostenuto che la rapida uscita degli americani dall’Iraq ha compromesso i buoni risultati raggiunti e ha consentito alle forze più estremiste di riorganizzarsi nell’Isis, sino alla fondazione di uno stato islamico comprendente territori iraqeni e siriani. Questo sarebbe proprio l’effetto, non valutato, della frettolosità con la quale Obama ritirò le truppe dall’Iraq, una colpa grave più che un errore, inammissibile per il presidente della maggiore potenza mondiale che immaginava, con la forza delle sue idee progressiste, di riconquistare la primazia politica perduta. Talché, oggi, gli Usa sono molto meno influenti e decisivi di quanto non lo fossero otto anni, con la presidenza del vituperato (e di sicuro criticabile) George W. Bush.

Ma questo è back-ground.

Animato dalla fede in se stesso, Obama ha voluto sperimentare una nuova forma di esportazione della democrazia. Mentre Bush immaginava che la democrazia potesse essere un effetto collaterale della presenza americana in Iraq, Obama pensò di suscitare la democrazia spingendo il popolo a sollevarsi e a pretenderla. Se c’è una critica da formulare a entrambi, è quella di non avere valutato che la democrazia è un valore che, per affermarsi, deve autonomamente nascere e crescere in ogni società: altrimenti, ha il sapore della conquista o dell’illuminismo calato dall’esterno.

Il 4 giugno 2009, quattro mesi e mezzo dopo avere assunto la presidenza, Barack Obama parla all’Università Al-Azhar del Cairo e pronuncia un discorso incendiario, nel quale, accanto a nuovi e insostenibili slogan sulla comunanza di visione tra Stati Uniti e Islam, invoca un cambio di passo in tutto il Medio Oriente a opera dei giovani: “America e Islam possono avere posizioni convergenti, condividere i medesimi ideali, il senso della giustizia e del progresso, la tolleranza e la dignità dell’uomo”. Lette oggi, queste parole possono essere serenamente viste come espressione di follia. Il viaggio al Cairo produce effetti immediati, creando le condizioni per il rovesciamento immediato dei regimi in Egitto e in Tunisia. Prossimamente ci occuperemo di questo specifico scacchiere.

Intanto, ben presto, seguendo sempre il filo politico che aveva ispirato i primi passi del suo presidente, l’America dirige la prora nei confronti di Bashar al-Assad, presidente alawita della Siria. Francia e Regno Unito si accodano. Soprattutto la Francia che vanta sulla Siria un rapporto preferenziale per essere stata la potenza di riferimento prima e durante la Seconda guerra mondiale. Al-Assad, però, è un osso duro: non a caso, la Siria era considerata la Prussia del Medio Oriente. Il suo sistema di potere, ancorché attaccato da insorti sostenuti dalle varie potenze e dall’Isis, tiene duro anche per merito dei combattenti iraniani schieratisi nelle sue file. La situazione siriana (che merita un approfondimento) è il frutto delle indecisioni e delle contraddizioni occidentali, che l’hanno resa il terreno elettivo di una grave e irrimediabile sconfitta politica.

(Articolo pubblicato su Italia Oggi, il quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

Barack Obama

Tutti gli errori di Barack Obama in Medio Oriente

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