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I primi a gioire della vittoria di Trump sono stati i populisti europei, evidentemente convinti di rappresentarne l’equivalente nel vecchio continente. Vi sono certamente elementi che in qualche modo avvicinano quanto sta avvenendo in Europa alle recenti vicende americane, ma esistono considerazioni assai più importanti che sottolineano invece le differenze tra i due contesti, e che rendono improponibile qualsiasi raffronto tra Trump e il populismo dilagante sulla sponda occidentale dell’Atlantico.

Il principale fattore che avvicina i due fenomeni è certamente la voglia di cambiare, alimentata dalla reazione alla crisi economica e alla ribellione contro lo strapotere delle grandi lobbies internazionali.

Ma proprio qui cominciano le grandi differenze. Ne evidenzierò tre in particolare.

Anzitutto il populismo europeo sta cercando di cambiare le cose attraverso la distruzione dei sistemi e delle regole esistenti: l’antipolitica e il rifiuto dell’establishment accomunano Le Pen, Grillo, Salvini, Orban, Iglesias, Farage e gli artefici della Brexit. Gli americani hanno invece scelto di cambiare stando dentro l’alveo delle regole, a volte apparentemente strane per noi, di una democrazia che per due secoli e mezzo ha garantito libertà, benessere, crescita e opportunità per tutti.

Guarda caso, le sottolineature più significative di Trump nel suo primo discorso dopo la notte elettorale sono state la necessità di una forte unità nazionale e il rilancio del sogno americano. E il nuovo Trump si presenta subito con toni e contenuti completamente diversi da quelli, apparentemente populisti, che ci ha mostrato nella lunga, snervante e deprimente campagna elettorale. Questa differenza è sostanziale e rende improponibile alla radice qualsiasi equivalenza, e persino qualsiasi confronto, tra Trump e il nostro populismo.

Un secondo elemento di differenza consiste nel fatto che in Europa la benzina che ha alimentato il motore populista è stato il terrore dei fenomeni migratori. Negli Stati Uniti le migrazioni, per quanto siano state tra le tematiche della campagna elettorale, non ne hanno rappresentato certo il contenuto principale. Anzi, vi è stata la caccia al voto delle diverse componenti etniche, poiché esse costituiscono da secoli il tessuto stesso della società americana. Trump, pur nei toni demagogici che caratterizzano ogni campagna elettorale, si è fatto invece interprete di istanze assai più complesse che non il tema migratorio, rendendo il consenso nei suoi confronti molto più solido e diffuso di quanto gli stessi analisti pensavano. E di quanto possa essere radicato e strutturale il consenso europeo verso i populismi.

In terzo luogo, Trump è interprete della voglia di cambiare, ma dentro l’alveo di un conservatorismo che si vedrà subito anche in politica estera, a dispetto delle grida di esultanza di russi e russofili di tutto il mondo. Grillo e soci hanno come slogan comune: fuori dall’Europa, fuori dall’Euro, fuori dalla Nato. Trump dice: ricostruiamo la forza degli Usa, che significa anche: riaffermiamo il nostro predominio a livello internazionale. Certamente cambierà l’approccio al rapporto con la Russia, ma Donald si troverà presto di fronte alla inaffidabilità del neoimperialista Putin e ne trarrà le conseguenze. E comunque chi si illude che chiuderà la Nato resterà presto deluso, non solo per il fatto che lo strutturatissimo sistema americano glielo impedirebbe, ma perché lui stesso è consapevole dell’importanza del sistema euroatlantico anche per il suo Paese. Certo, pretenderà molto più impegno dagli alleati europei per il mantenimento della Nato, che oggi è in realtà il vero sistema di difesa e sicurezza per l’Europa; sarà un problema, ma anche uno stimolo a mandare avanti con più decisione il processo di integrazione europea.

Infine un’ultima considerazione. Il popolo americano ha scelto, votando Trump, il cambiamento del sistema stando dentro le regole, assumendosi responsabilità e rischi di questa decisione. E non ha avuto timore nel consegnare a Trump non solo la Presidenza ma anche il controllo della Camera e del Senato.

Sarebbe interessante capire cosa pensano di questo fatto i numerosi sostenitori italiani di Trump, che motivano il loro no al referendum invocando una ipotetica “deriva autoritaria”. Forse che gli americani ci stiano dando, ancora una volta, una lezione di democrazia? O non sarebbe meglio che costoro dicessero la verità agli italiani, e cioè che il loro unico obiettivo è far cadere il Governo nella speranza di avere qualche strapuntino in più su cui posare le proprie membra? E che ci spiegassero dov’è quello spirito di unità che da domani gli americani sapranno, come sempre, ritrovare attorno al loro nuovo e, per molti versi, inatteso presidente?

Se al referendum vincesse il no, sarebbe la definitiva dimostrazione che, a differenza degli americani, non siamo maturi per un reale cambiamento. Per questo spero che il nostro popolo sia aiutato a capire la vera portata della riforma costituzionale che, per quanto perfettibile come tutte le riforme, ha il merito storico di modernizzare, dopo settant’anni, un sistema parlamentare che ha troppo spesso impedito al nostro Paese di stare al passo con i tempi.

E per questo la elezione di Trump è un manifesto per cambiare con coraggio dentro l’alveo del sistema che il popolo americano – al di là del giudizio sul nuovo Presidente – ha indirettamente scritto in favore del sì al referendum del 4 dicembre.

Donald Trump

Perché Trump non è paragonabile a Le Pen, Grillo e Salvini

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