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Non esagero, se valuto l’attuale fase politica di particolare stress, che semina angoscia e sgomento in chi, avendo vissuto una simile stagione negli anni 1992/94 teme che un ennesimo sconvolgimento della vita politica e di governo possa ulteriormente indebolire l’Italia sul piano interno e internazionale. Le tensioni sopportate dagli italiani durante e dopo la campagna referendaria, a causa delle narrazioni renziane, non sono di ordinaria amministrazione.

Senza dire delle dimissioni del capo del governo, della formazione frettolosa e rocambolesca del nuovo esecutivo, della sua composizione arrogante, e incurante del voto contrario degli elettori al referendum. Come pure vanno esaminate le preoccupanti vicende che stanno minacciando la già difficile situazione amministrativa al Comune di Roma, e quelle non meno incresciose che vedono indagato il sindaco Sala a Milano, di certo ascrivibili a una condizione di straordinarietà. Il clima è indubbiamente pesante.

Neppure le immediate ricorrenze natalizie servono a renderlo più sereno. Le inchieste giudiziarie del 1992/94 vennero usate per spazzare via ignobilmente e brutalmente dal sistema politico/istituzionale i grandi partiti storici che hanno fatto e governato la democrazia in Italia per quasi mezzo secolo. Gli oppositori di governo di quella stagione, affetti da giustizialismo acuto, genitori legittimi e naturali degli odierni giustizialisti alla carbonara, sono ancora in giro con le loro belle facce di bronzo, si sono pure spesi nel referendum a favore del Sì sperando in qualche poltrona. Il terrore giudiziario di quell’epoca cupa è ancora presente in tanti. Molti giudicano quegli anni inutilmente violenti e dannosi per il Paese, al contrario di tanti operatori di un’asservita informazione antigovernativa, che esaltava le azioni giudiziarie della procura di Milano, spiegando che era iniziato il cambiamento: gli italiani avrebbero conosciuto un paese migliore, con la corruzione estirpata e con una democrazia compiuta e moderna.

L’ultimo ventennio ha dimostrato che la corruzione è cresciuta in maniera decisa, e che la nostra democrazia non è né migliorata né diventata moderna. Non a caso la politica e le istituzioni sono attraversate da immoralità, incompetenza, incapacità, ignoranza, arroganza utili solo alla perdita di credibilità e di prestigio dell’Italia. Ora tutti a fare distinguo e a spaccare il capello in quattro, per stabilire che cosa bisogna fare se si riceve un avviso di garanzia o se il destinatario è un collaboratore di un pubblico amministratore. Bisogna dimettersi o meno? E qui vengono chiamati in causa i due sindaci della prima e della seconda città d’Italia Roma e Milano, Virginia Raggi e Giuseppe Sala. Un modello di comportamento esiste ed è quello degli anni 1992/94 che i vari Andreotti, Forlani, Gava ed altri ancora usarono, chiedendo essi stessi di essere processati. Bisogna riconoscere che furono forse molto severi con sé stessi, ma non avendo niente da temere decisero di non creare difficoltà al Paese e alla DC. Si viveva però in quel tempo un clima da caccia alle streghe, era saltato tutto. Bastava l’avviso di garanzia ricevuto a mezzo stampa che si gridava: dimissioni, dimissioni!

Oggi però che l’aria che tira è diversa si deve osservare esclusivamente la legge, che afferma: si è innocenti fino a che una sentenza di terzo grado non decreti la colpevolezza. E, dunque, se codice penale e procedura penale dicono che bisogna attendere il terzo grado di giudizio, basta attenersi a questa elementare e semplice regola, e la si smetta finalmente di fare i realisti più realisti del re, come Pci e Msi hanno insegnato, non per un’alta opera di catarsi, ma semplicemente per ereditare il potere, utilizzando le comode scorciatoie giudiziarie. Una notazione finale: si evitino appelli e proclami a favore di questo o di quell’altro, sottoscritti da sindaci, o da altri soggetti per nulla legittimati a intervenire. C’è la legge, ci si attenga ad essa, senza pagliacciate massmediatiche, altrimenti si corre il rischio di cadere nel pregiudizio.

Virginia Raggi, Giuseppe Sala e gli avvisi di garanzia (di oggi e di ieri)

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