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Non per difendere Massimo D’Alema, che è indifendibile nella guerra di risentimento che, pur negandola come tale, sta conducendo contro Matteo Renzi sul percorso referendario della riforma costituzionale, anche a costo di trovarsi in compagnia di quel bastone o energumeno “tascabile” che lui definì una volta Renato Brunetta, ma è per onestà di cronista di una sessantina d’anni di politica italiana che mi danno fastidio certi argomenti usati contro di lui dal suo ex collaboratore Claudio Velardi.

Quest’ultimo, portato alla ribalta da Renzi nel comizio di chiusura della festa nazionale dell’Unità come la penna del D’Alema migliore e oggi smemorato, ha giustamente dato del “conservatore” – sia chiaro – all’ex presidente del Consiglio, rimproverandogli di volere affossare l’unica riforma un po’ organica della Costituzione prodotta dal Parlamento dopo l’avventata bocciatura referendaria, che Velardi si è ben guardato dal deplorare, della riforma approvata nel 2005 dall’allora maggioranza di centrodestra. Una riforma che ci avrebbe già dato meno deputati, oltre che meno senatori, e due Camere con compiti differenziati. Ma D’Alema non è il solo a rappresentare la degenerazione conservatrice della sinistra italiana, a dispetto del ruolo di riformatore svolto fra il 1996 e il 1997 alla presidenza della commissione bicamerale per le modifiche costituzionali, dove arrivò con l’appoggio determinante dell’opposizione allora guidata da Berlusconi. Che all’improvviso, diventando conservatore pure lui, da innovatore come si era presentato nel 1994 agli elettori sbarazzando gli avversari di sinistra sicuri di avere ormai ereditato il controllo del sistema politico, mandò tutto all’aria perché colto dal sospetto che la riforma potesse tradursi nel rafforzamento del governo dell’Ulivo presieduto da Romano Prodi.

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Non solo o non tanto D’Alema, ma prima e ancora più di lui tutta la sinistra comunista, o ad essa aggregata, è stata conservatrice, anche se Velardi giura di essere diventato a suo tempo comunista, e quindi di sinistra, perché voleva “cambiare il mondo”. Ma quale mondo, per favore, se nel 1974, quando Velardi aveva 20 anni, il Pci arrivò titubante al referendum sul divorzio, non trascinando ma lasciandosi trascinare dai radicali di Marco Pannella, dai socialisti di Loris Fortuna e dai liberali di Antonio Baslini?

Nel 1979, quando Bettino Craxi, segretario del Psi da tre anni – e Velardi ne aveva 25 – lanciò il progetto della “Grande Riforma” costituzionale il Pci gli diede dell’avventuriero, facendo da sponda alla sinistra democristiana. Già da tempo, d’altronde, rimpiangendo gli anni della segreteria socialista di Francesco De Martino, appiattita per paura sul Pci, i comunisti misuravano col pettine di Eugenio Scalfari, entrambi scandalizzati, la barba che via via Craxi tagliava al povero Marx, impossibilitato a difendersi nella tomba di Londra.

Fu di stampo tutto conservatore, in difesa del monopolio della Rai-Tv, dove comunque si erano conquistati una rete con la pratica della lottizzazione, che i comunisti si opposero, sempre d’intesa con la sinistra democristiana, alla crescita e alla legittimazione della televisione privata, accusando Craxi di difenderla e di aiutarla non per praticare il pluralismo, come diceva, ma solo per fare piaceri, ricambiati con finanziamenti, a un Berlusconi già allora odiato dalla sinistra. Dov’era in quegli anni Velardi e cosa diceva o faceva nel Pci per “cambiare il mondo”, come dice adesso per accusare D’Alema di volere difendere il vecchio? Mi piacerebbe poter leggere oggi qualcosa di lui, in senso appunto modernizzatore, allora forse sfuggitomi seguendo il Pci, via via, dalle redazioni del Giornale di Indro Montanelli, della Nazione di Piero Magi e poi di Tino Neirotti e infine dalla direzione del Giorno. Mai letto o notato un rigo, sinceramente, di Velardi in dissenso dal conservatorismo del Pci.

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Non parliamo poi della degenerazione giustizialista della sinistra comunista e post-comunista quando, caduto il muro di Berlino, si passò dalle Procure della Repubblica alla Repubblica delle Procure per liberarsi finalmente di quel grande rompiscatole politico che era diventato Craxi. Che divenne con una “severità senza uguali”, lamentata dopo molti anni da Giorgio Napolitano, il capro espiatorio di quel balordo sistema tangentizio di finanziamento illegale a lungo praticato da tutti i partiti.

Quando Craxi, rifugiatosi nella sua casa tunisina per sottrarsi alle carceri dove era destinato in Italia, fu operato imboccando l’ultima curva della sua vita, da Palazzo Chigi, dove Velardi lavorava a stretto contatto con D’Alema, partì un messaggio d’auguri che il povero Bettino, cui era stato recapitato dall’ambasciatore italiano a Tunisi, gettò via, giustamente indignato, perché non era neppure firmato col nome e cognome del presidente del Consiglio. Era anche quello forse del conservatorismo, di carattere magari diplomatico, dovendo bastare e avanzare la qualifica istituzionale per contrassegnare un telegramma.

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Il fatto è che Renzi ha potuto e può essere un riformatore – piacciano o no le sue riforme – perché non è di sinistra. O almeno non è della sinistra che lo contesta senza avvertire l’imbarazzo di trovarsi in compagnia della destra. Renzi non proviene notoriamente dalla sinistra comunista, che lo considera un maledetto incidente di percorso nell’”amalgama mal riuscito” – disse una volta D’Alema – dell’unificazione con l’ex sinistra democristiana. E non proviene neppure da quest’ultima perché aveva solo 19 anni quando Mino Martinazzoli sciolse la Dc “con un telegramma”, come disse Umberto Bossi.

L’unica cosa di sinistra, diciamo così, tradizionale che Renzi ha fatto è di avere portato dalla mattina alla sera nel Partito Socialista Europeo il suo Pd, ma per starci da riformista, non da archeologo.

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