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Michael Moore s’è convinto che Donald Trump non abbia mai voluto davvero diventare presidente degli Stati Uniti e che adesso stia sabotando la sua campagna per evitarlo. L’attore e regista, icona della sinistra liberal Usa, che poche settimane fa elencava cinque buoni motivi per cui il magnate e showman poteva vincere le elezioni, scrive ora sul suo blog sull’Huffington Post che “Trump voleva solo ottenere un accordo migliore con la Nbc per il suo show The Apprentice”, l’apprendista.

Moore, che ha il gusto del paradosso, elabora: “Trump ha incendiato il Paese e s’è così trovato a essere il candidato repubblicano. La sera che vinse in New Jersey, aggiudicandosi di fatto la nomination, appariva depresso: aveva capito che non poteva più giocare, ma doveva mettersi sotto”.

E’ una battuta. Ma, in effetti, le ultime mosse suicide di Donald Trump e della sua campagna paiono suggerire che ci sia qualcosa di vero, che il magnate e showman non voglia diventare presidente.

Invece di cambiare il tono della sua campagna, Trump, che sta vivendo un agosto da incubo tra errori suoi e fronde interne, cambia gli uomini: arriva un nuovo manager e l’attuale presidente Paul Manafort, che resta formalmente al suo posto, vede ridimensionato il proprio ruolo. Il capo è ora Stephen Bannon presidente esecutivo della Breibart News, media amico. E Kellyanne Conway viene promossa da sondaggista a manager.

Quando si tratta di scegliere i collaboratori, Trump non ha il tocco magico: ne ha già bruciati due, Corey Lewandowski, un mastino che maltrattava le giornaliste, e Manafort, uno che prendeva soldi – e pure tanti – da Putin tramite il presidente ucraino filo-russo Yanucovich. Adesso, dice d’andare sul sicuro con Bannon e la Conway. “Sono formidabili, sono vincenti; e noi dobbiamo vincere”.

Con loro, arriva pure Roger Ailes, già braccio destro di Rupert Murdoch e boss della Fox News, travolto di recente dalle accuse di molestie sessuali nei confronti di stelle della rete e quindi licenziato. Ailes avrà il compito di preparare il magnate e showman ai tre dibattiti televisivi, probabilmente decisivi, tra settembre e ottobre.

Il punto è che, rotazioni di persone a parte, Trump non vuole cambiare perché – dice – “sono quello che sono”. E anche se promette agli americani di non avere più parole di odio e di divisione, il suo resta un messaggio aspro e conflittuale, come quando prende le difese del poliziotto, giovane e nero, che ha ucciso a Milwaukee un delinquente armato, giovane e nero, senza però evocare altre vicende in cui poliziotti bianchi hanno ucciso neri inermi.

La stampa americana ha anticipato tutte le mosse prima che Trump le annunciasse. Bannon, che ha un passato di cineasta e produttore, dopo essere stato in Marina, è un conservatore combattivo e militante. Il suo “arruolamento” deriva sia del cattivo andamento della campagna repubblicana, che concede alla candidata democratica Hillary Clinton una decina di punti nella media dei sondaggi, sia dall’ondata di polemiche rovesciatasi su Manafort, che nega di avere ricevuto pagamenti cash per le consulenze a Yanucovich, ma sul cui conto le rivelazioni dei media s’infittiscono.

Dopo il Nyt e il Wp, l’Ap scopre altarini del presidente della campagna di Trump: avrebbe aiutato nel 2012 il partito filo-russo ucraino a finanziare in segreto con 2,2 milioni di dollari due grossi gruppi lobbisti con sede a Washington. La legge federale impone ai lobbisti americani di dichiarare al Dipartimento di Giustizia se essi rappresentano leader o partiti stranieri – Manafort non lo fece – .

Ce n’è abbastanza perché il tamtam democratico su Trump il filo-russo s’intensifichi e diventi ossessivo. La campagna della Clinton chiede che il candidato repubblicano chiarisca tutti i suoi rapporti “con la Russia o con soggetti filo-russi”, mentre l’avvocato di Manafort smentisce le voci, filtrate dai servizi segreti ucraini, che il suo assistito abbia ricevuto 12,7 milioni di dollari tra il 2007 e il 2012 per i servizi prestati al presidente Yanucovich.

Meno esposta alle polemiche in questa fase e avanti nei sondaggi, anche Hillary pensa ai dibattiti e cerca un “allenatore” che la prepari a domande scomode sul passato – più di Bill, il marito, che suo – , ma pure sull’ “emailgate”, sui rapporti con Wall Street, sulla strage di Bengasi.

(post tratto dal blog di Giampiero Gramaglia)

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