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A dispetto del successo della visita di papa Bergoglio negli States un anno fa, la Chiesa americana rischia oggi di trovarsi in una condizione di homelessness (senza casa) politica che non viveva da decenni, con i due candidati alle presidenziali che non ne rispecchiano tutte le istanze, ciascuno enfatizzandone alcune a discapito delle altre. E raccontando così la profonda spaccatura del laicato Usa. Come ha scritto Emma Green su The Atlantic gli unici che sopravviveranno alle elezioni presidenziali saranno i Cafeteria Catholics. Solo i cosiddetti “cattolici da caffetteria” possono uscire vincenti da queste elezioni, cioè chi non si fa problema a dissentire su alcuni punti del magistero.

“HILLARY E DONALD, UNA PESSIMA NOTIZIA”

“Ciascun candidato è a modo suo una pessima notizia per il Paese”. Parla chiaro l’influente arcivescovo di Philadelphia, Charles Chaput. Non fa nomi perché non servono sottotitoli: “Uno è un demagogo bellicoso e l’altro, secondo molti, è un bugiardo criminale, ricco di idee stantie e cattive priorità”. Non è la prima volta che il monsignore interviene nel dibattito politico americano con toni critici versi i contendenti. E nel suo intervento di qualche giorno fa alla University of Notre Dame, nell’Indiana, ha evidenziato tutto il disagio dell’episcopato Usa di fronte alla sfida elettorale: nessuno dei due esprime completamente le istanze della Dottrina sociale della chiesa cattolica. Un ombrello sotto il quale Clinton e Trump non riescono a stare.

Mentre i vescovi richiamano all’insieme degli insegnamenti sociali della Chiesa, “ci sono persone che si impegnano su questioni particolari”, come ha notato Robert McElroy, vescovo di San Diego: “Alcuni sono più coinvolti nella questione dell’immigrazione; altri sull’aborto; altri sulla povertà; altri per l’ambiente; altri sulla libertà religiosa”. Insomma: uno spezzatino del magistero. Così che se l’asinello del Democratic party sembra ascoltare alcuni degli insegnamenti della Chiesa su immigrazione e povertà, scalciando vistosamente sull’aborto, l’elefante del Grand old party procede con la promessa di Mr Trump di nominare alla Corte Suprema solo giudici pro-life e per la difesa della libertà religiosa, e annunciando di piazzare muri alla frontiera col Messico. Ma sono parole d’ordine isolate, frammenti di stump speech privi di una logica convincente e includente l’intero spettro delle istanze della Catholica. Istanze che la Conferenza episcopale ha pubblicate a novembre, presentando il menu delle minacce da contrastare, nel documento Forming Consciences for Faithful Citizenship: oltre un milione di aborti ogni anno, il suicidio medicalmente assistito, la ridefinizione del matrimonio, il restringimento della libertà religiosa, ma anche politiche economiche che non riescono a dare la priorità ai poveri o l’insufficienza delle azioni verso l’immigrazione e i rifugiati. Una sintesi impossibile per l’agenda di Mr Trump e Mrs Clinton che si riflette nella frattura nel mondo cattolico americano; una rift valley ben più profonda delle divisioni politiche rappresentate dai due in corsa per la Casa Bianca e che avrà conseguenze anche dopo il voto dell’8 novembre.

INTANTO I CATTOLICI PREFERISCONO CLINTON A TRUMP

“Donald Trump ha un enorme problema col voto cattolico”, titolava a fine agosto il Washington Post.  I sondaggi mostrano la Clinton in netto vantaggio tra i cattolici di 25-27 punti rispetto al rivale. Il peso di un così grande divario per milioni di possibili elettori è evidente: i cattolici costituiscono quasi un quarto dell’elettorato americano. Secondo gli analisti sono gli ispanici – che rappresentano il 35% dei cattolici statunitensi – a fare la differenza. Ma il problema è ben più profondo della questione latinos. Nell’urna entrerà una ben più articolata divisione teologica del cattolicesimo statunitense.
Perché i cattolici, a differenza degli evangelici bianchi, respingono in modo così forte la candidatura di Trump? C’è il problema delle chiamate del miliardario di New York a erigere muri ai confini, e una non certo benevola retorica sugli immigrati, fino alla promessa di deportarne 11 milioni di illegali. C’è poi l’effetto Francesco, molto popolare negli States e la cui narrazione giornalistica lo appiattisce su una parte delle istanze – quelle sociali – obliterandone le posizioni in linea coi predecessori su matrimonio omosessuale, gender e aborto. Così rimane agli atti e non è stata dimenticata la scomunica bergogliana riservata a Trump nel volo di ritorno dal Messico: “Una persona che pensa solo a costruire muri non è cristiana”.
Ma l’episcopato Usa deve anche fare i conti con il programma della Clinton, paladina di “Planned Parenthood”, l’agenzia degli aborti, e le sue posizioni su obiezione di coscienza e libertà religiosa.

IL VICE DELLA CLINTON, O DI UN CATTOLICESIMO À LA CARTE

Mrs Hillary ha nominato come suo vice Tim Kaine, cattolico praticante, ex allievo dei gesuiti. A dispetto delle felicitazioni di padre James Martin, direttore di America, la rivista dei gesuiti americani, i vertici dell’episcopato statunitense ne evidenziano le contraddizioni e ne mettono in dubbio la piena fedeltà al magistero: “Ignora o inventa il contenuto della sua fede”, ha detto monsignor Chaput. Il senatore non ha mancato di sfidare apertamente la Chiesa: sul matrimonio omosex e, alla vigilia del viaggio di Bergoglio nel settembre 2015, auspicando che l’ordinazione sacerdotale sia estesa alle donne. Inoltre, come governatore della Virginia, pur dichiarandosi contrario alla pena di morte, ha dato il via libera all’esecuzione di 11 prigionieri. E sull’aborto è – di fatto – pro-choice, in linea con la devota metodista, quanto laicista, Mrs Hillary.

TRUMP CORRE AI RIPARI E SI FA LE SUE DIVISIONI

Intanto il miliardario newyorkese di fede presbiteriana, il 22 settembre ha annunciato la creazione di una “segreteria” di 33 consiglieri; esponenti cattolici chiamati ad aiutarlo a riguadagnare terreno. Un gruppo variegato che include politici, attivisti pro-life e un prete. Tra loro, anche Joseph Cella, del National Catholic Prayer Breakfast, che pure a marzo aveva firmato un documento contro la candidatura di Mr Donald, “manifestamente inadatto a essere presidente degli Stati Uniti”. Oggi il cambio di prospettiva – come ha dichiarato ad America – per la promessa di Trump di nominare alla Corte Suprema solo giudici pro-life. Anche qui una visione parziale del messaggio della Chiesa cattolica, ignorando le preoccupazioni espresse da molti vescovi sui piani di Trump in materia di immigrazione.

USCIRE DALL’IMPASSE

Scansando chi vorrebbe tirare l’episcopato americano dalla propria parte – conservatori o progressisti pari sono – serve una nuova leadership di laici impegnati. Lo ha scritto il cardinal Donald Wuerl, Arcivescovo di Washington, in un recente editoriale per il Catholic Standard: “Perché vescovi e sacerdoti non fanno di più politicamente? La risposta è che la Chiesa dovrebbe fare di più – cioè: la Chiesa intesa come tutti i suoi membri. In particolare, i fedeli laici devono parlare e diventare ‘sale e luce’ nella nostra democrazia. L’idea che preti o vescovi dovrebbero essere in prima linea ad affrontare le questioni pubbliche è troppo stretta per una visione della Chiesa che lascerebbe fuori il 99% dei suoi componenti”. Pena, il rimanere senza casa (politica). O allinearsi alle teologie da caffetteria, utili nelle elezioni 2016 degli Stati Uniti post-cristiani, come ha dimostrato il primo match televisivo Trump-Clinton: neppure un riferimento ai temi morali, in una terra dove la questione religiosa, da qualsiasi parte la si guardi, è comunque sempre stata centrale.

hillary clinton

Che cosa si dice di Clinton e Trump nella Chiesa americana

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