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Il giorno dopo la mancata adozione del famigerato e attesissimo decreto Madia sulla dirigenza pubblica, a leggere i quotidiani sembra ci si trovi nel pieno di una guerra di trincea fra le Istituzioni, con le due fazioni dei politici e dei burocrati che si guardano in cagnesco nel fango, elmetto in testa, in attesa dell’assalto finale alla baionetta.

Non ci credete? “Statali, slitta la riforma della dirigenza: bloccata dai superburocrati”, titola il Messaggero, rivelando che ci sono “troppe resistenze, soprattutto da parte dell’alta burocrazia ministeriale che non condivide il disegno del governo Renzi”. Sergio Rizzo sul Corriere parla invece di “ultima resistenza dei mandarini”, riportando che lo spostamento dell’esame del decreto a fine mese sia dovuto a una serie di “osservazioni che potrebbero essere anche prese in considerazione, se non si esaminasse però il punto di partenza: l’inefficienza del nostro apparato burocratico”. Un assioma scolpito nella pietra che si dimostra puntando il dito sui burocrati inamovibili e intoccabili, che “sono stati per generazioni i padroni della macchina pubblica a ogni livello: statale e regionale, e poi giù giù fino ai Comuni”. Amen.

Repubblica fa la sua parte, denunciando con un paginata dell’edizione dell’11 agosto che i dirigenti di Stato sono addirittura pronti alle barricate. Attenzione, però: “Sbaglia chi immagina una casta (sic!) impaurita: la categoria sa di avere un asso nella manica”. Quale, ci si potrebbe chiedere? Detto, fatto: “è l’articolo 97 della Costituzione, quello che recita come nei pubblici uffici debba essere garantita l’imparzialità dell’amministrazione”. Meno male, già si temevano pericolosi squadroni della morte di signore in tailleur e mezzemaniche in grisaglie d’ordinanza. E se il Fatto Quotidiano evidenzia che occorrerà attendere ancora per una vera rivoluzione “di fronte alle resistenze dei boiardi di Stato rispetto a una sgradita iniezione di meritocrazia” (maledetta meritocrazia…), Il Tempo di Roma si rammarica che “i dirigenti della pubblica amministrazione si salvano ancora una volta”. A braccetto, infine, La Stampa e Libero che marcano la presunta vittoria dei dirigenti con un sempreverde: “Statali, 52 modi per non lavorare (pagati)”. E via con la sequela di furbizie  del dipendente pubblico a danno del probo cittadino: dalla maternità, che “si declina in astensione obbligatoria e facoltativa, congedo parentale, permesso per visite pre-natali e per malattia del figlio entro i 3 anni o del bambino da 0 a 8 anni se con ricovero ospedaliero”, fino, udite udite, a “150 ore retribuite per la frequenza di corsi scolastici o universitari”. Perché con la cultura, ricordava qualcuno, non si mangia.

Inutile contestare il luogocomunismo: fatica sprecata e rabbia risparmiata. Capisco che ad agosto le pagine di un quotidiano si debbano pur riempire, magari solleticando l’indignazione del cittadino bibitaro (alzi la mano chi coglie la citazione). Devo dire, tuttavia, di trovare assai poco credibile che uno schiacciasassi della politica come Matteo Renzi si faccia intimidire dalle “osservazioni” dei dirigenti pubblici. Diamo pure per assodato che c’è chi, nelle burocrazie dei ministeri, questa riforma proprio non la vuole e che, magari, si augura che una vittoria del no trascini via a valle Governo e riforma della pubblica amministrazione: inutile negarlo.

Chiederei, però, a chi fa informazione per professione di ricordarsi due o tre cose. La prima: dati, dati, dati. Le inossidabili certezze da Bar dello Sport lasciamole al caffè del lunedì mattina e basiamoci su numeri e cifre ufficiali. La seconda: corretta l’azione di critica e di denuncia, ma si facciano nomi e cognomi. Chi si è guadagnato i galloni da dirigente con l’impegno, lo studio e il sacrificio personale non ama essere accomunato alle tante caste di questo Paese.

C’è una casta di “superburocati”? Probabilmente sì, come esistono le “fratellanze” più o meno manifeste di imprenditori, di politici e di giornalisti. Per i quali, tuttavia, trovo sciocco e offensivo fare di tutta l’erba un fascio. Usateci la stessa cortesia, di grazia. Ed infine: chi si trova a dirigere strutture pubbliche ne sente tutto il peso. Non si regge un ufficio per fare profitto: si prova, giorno dopo giorno, a far fronte ad un impegno che, tra mille difficoltà, disillusioni e stanchezza, è tale perché rivolto alla Comunità dei cittadini. Con tutti i difetti, le mancanze e le migliorie del caso, servire lo Stato è un onore. E ci proviamo.

Signori della Stampa, ricordatevene ogni tanto quando fate il vostro mestiere. Chissà che ne giovi il clima di questo dannato Paese.

La guerra di trincea dei dirigenti statali barricaderi

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