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“Il piano federale in Siria del nord procede con il supporto delle truppe US-backed” titola Reuters: “Mentre un’alleanza di milizie appoggiate dagli Usa avanza contro lo Stato islamico nel nord della Siria, i loro alleati politici stanno facendo progressi sul nuovo sistema di governo federale che sperano possa radicarsi nelle zone recentemente catturate”. Un funzionario del Rojava, l’area informalmente indipendente che corre lungo il confine turco-siriano che i curdi vorrebbero definitivamente legittimata dal punto di vista federale, dice all’agenzia inglese che “una costituzione sarà pronta entro tre mesi”, verrà votata e poi si passerà alle elezioni. In Siria ancora una volta, come è spesso accaduto negli anni passati, l’evoluzione del quadro sul campo influenza i successivi passaggi diplomatici, e non viceversa. Le milizie dei curdi siriani, le Ypg, sono la fazione più forte tra quelle che compongono la coalizione di gruppi ribelli che circa 300 forze speciali inviate da Washington stanno supportando nell’avanzata verso Raqqa, la capitale siriana dello Stato islamico. Era chiaro che i curdi prima o poi avrebbero presentato il conto per l’affidabilità della propria prestazione contro il Califfato, altrettanto chiaro l’argomento delle loro richieste; le acque hanno iniziato a muoversi concretamente a metà marzo, si agitano ancora di più adesso che la coalizione ribelle (che si chiama Syrian Democratic Force) ha riconquistato parecchio territorio al nord siriano e si trova a qualche decina di chilometri dalla roccaforte dei baghdadisti.

La questione crea un problema nei rapporti degli americani con la Turchia, alleata Nato, che è nemica dei curdi siriani, perché li considera una costola del gruppo separatista combattente Pkk contro cui il governo di Recep Tayyp Erdogan sta conducendo una vera e propria guerra nella regione di sudest (le brigate Ypg, a cui i commandos americani fanno da consulenti speciali, sono considerate da Ankara un gruppo terroristico). Ai curdi siriani per chiudere completamente il proprio territorio, attualmente composto da tre parti, mancano un’ottantina di chilometri che divido la casella di Kobane dal cantone più occidentale di Afrin, dove le milizie dell’Ypg sono in concorrenza con altri gruppi ribelli (alcuni sponsorizzati dalla Turchia, con cui si crea dunque una doppia linea di divisione). Le fonti che hanno parlato con la Reuters dicono che del procedere di queste loro iniziative politiche vengono via via informati sia la Russia che gli Stati Uniti, e pure l’Onu, che però continua a escludere il principale partito curdo-siriano, il Pyd, dai colloqui di pace nonostante occupi un ruolo centrale nella situazione siriana, per rispettare le volontà turche. I curdi dicono di aver proposto il piano federale a questi attori internazionali, e di continuare a proporlo a tutte le popolazioni che incontrano nel loro “cammino di liberazione”: vuol dire che vogliono includere nel loro progetto amministrativo anche gruppi etnici arabi, ma questo è un aspetto controverso, visto che in passato le milizie dell’Ypg sono state accusate di settarismo nei confronti degli abitanti dei villaggi siriani conquistati. L’evoluzione del quadrante nord non è un dettaglio, perché avrà ripercussioni sull’intera questione siriana: potrebbe essere un primo passo verso una sorta di partizione, potrebbe aprire nuovi scenari di conflitto (finora i governativi non hanno combattuto troppo i ribelli curdi, ma da Damasco non vedono positivamente i movimenti indipendentisti curdi, almeno stando alle dichiarazioni). Si aprono scenari che coinvolgono tutti i principali attori interni ed esterni della guerra.

(Foto: la riunione di marzo del Rojava-North Syria Democratic Federal System Constituent Assembly)

Gli americani aiutano i curdi siriani nel loro piano indipendentista

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