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Mentre gli esperti hanno individuato negli hacker collegati alla Russia le responsabilità per l’attacco al Democratic nnational comitee, Donald Trump ha accusato i democratici stessi e la situazione s’è complicata ulteriormente dopo che mercoledì Gawker e Smoking Gun hanno pubblicato l’intero dossier che sarebbe stato sottratto dai server del comitato del partito che sostiene Hillary Clinton. Il documento è arrivato alle redazioni dei due siti americani tramite un hacker che s’è fatto identificare come Guccifer 2.0 (Guccifer è un personaggio noto nel mondo della pirateria informatica, hacker romeno di diversi account di politici americani, ora in galera, mentre la versione 2.0 non era molto conosciuta prima di mercoledì), il quale si è intestato la paternità dell’hacking senza rivendicare collegamenti, ma sostenendo che l’operazione è stata “molto facile” e potrebbero esserci state altre intrusioni. Come testimonianza che le sue dichiarazioni erano vere, ha inviato il fascicolo “confidential“, corredato anche di una lista di donatori del Dnc (tra questi nomi famosi), di cui per il momento non è possibile confermare l’attendibilità. Come movente: vuole combattere gli “Illuminati” che governano il mondo.

Il miliardario newyorkese va dritto per la sua strada però: sostiene che è stata tutta una montatura creata ad hoc dai suoi avversari politici che hanno costruito la storia del cyber attack per diffondere informazioni infamanti su di lui. Robert Lee, fondatore e CEO di Dragos Security e un tempo Cyber warfare operations officer dell’Air Force americana, ha invece spiegato al Guardian che tutta questa confusione potrebbe essere l’effetto prodotto da una mossa di “guerra d’informazione” studiata dai russi, che considerano la diffusione del dossier “un’occasione per plasmare il dibattito” politico in America.

A leggere le 236 pagine del documento, di dati sul magnate americano ce ne sono diversi, anche se molte informazioni non sono proprio ground-breaking, perché già note. È egoista, arrivista, pensa solo a sé stesso, “che si tratti dei lavoratori americani, del Partito repubblicano, o delle sue mogli”, dice il rapporto, lui pensa soltanto al suo interesse personale; e poi, è un “bugiardo” (e via riferimenti che corrono indietro decenni), segue una campagna divisiva e offensiva verso le minoranze, insegue policy “pericolose e irresponsabili”, la sua visione (isolazionista) in politica estera è rischiosa per l’America e per il mondo, ha un rapporto ambiguo con il commercio delle armi (in settimana ha annunciato di proporre all’Nra, l’enorme lobby americana degli armamenti, di impedire le vendite a chi è stato sulle liste dell’Fbi: il riferimento è a Omar Mateen, l’attentatore di Orlando), sull’aborto, sulle tasse, sui matrimoni gay, è misogino (l’espressione “Misogynist in chief” è forse la più bella del report), qualche dettaglio sulla vita personale. Tutte cose più o meno conosciute. Altro aspetto meno noto tirato in mezzo al dossieraggio, anche se non proprio focale: Trump voleva fare il regista cinematografico, ha pure provato con la USC School of Cinema di Los Angeles, ma poi ha pensato che il mercato immobiliare fosse più redditizio (lo ammise lui stesso da Larry King nel 1990). Il magnate che corre per la presidenza “non è un buon negoziatore” continua il report democratico, e anche questo esce da un’intervista alla Cnn del 2011 per sua stessa ammissione: certo, contrasta con la sparata del suo portavoce Michael Coen che lo aveva definito “il miglior negoziatore nella storia di questo mondo”, ma si sa, è la campagna elettorale. Ancora: a Trump non piacciono i francesi, e forse questo può essere un dato utile per Mosca in vista delle future, eventuali relazioni internazionali americane se sederà allo Studio Ovale; vorrebbe costruire un muro sul confine sud per chiudere fuori i messicani dagli Stati Uniti (altra questione oggetto di diversi passaggi in campagna elettorale); ha politiche che tuteleranno gli “1-percenter” come lui, ossia i super ricchi, e non la gente comune. Forse, scrive Gawker, la cosa più interessante è quello che BuzzFeed aveva scoperto già una settimana fa: c’è un articolo del Chicago Tribune del 1989 in cui Trump dice di non credere “né nella reincarnazione, né nel Paradiso e nell’Inferno”, posizione che contrasta con alcune dichiarazioni degli ultimi mesi e con gli appelli al voto fatti ai presbiteriani, a cui sostiene di appartenere.

Insomma, quello che esce dal dossier su cui il Partito democratico americano avrebbe lavorato è che Trump è un candidato controverso, come si sapeva già e senza troppi dettagli in più. Più che altro si tratta di un manuale di istruzioni su quali espedienti retorici utilizzare per contrastare la candidatura di Trump, redatto lo scorso anno (il metadato porta la firma di un certo Warren Flood e la data del 19 dicembre 2015), quando ancora The Donald era solo un concorrente e non il candidato. Non c’è niente su quello che potremmo definire il lato sporco di Trump. Da qui, se il documento è vero, pare che la considerazione degli analisti che ritengono la diffusione tutta un’operazione per aumentare il caos nel dibattito politico americano, può essere azzeccata.

Ecco il dossier su Trump sottratto dagli hacker ai democratici

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