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Cinquantuno funzionari di medio e alto livello che lavorano per il dipartimento di Stato americano sul dossier Siria hanno firmato un documento in cui si dichiarano contrari alla linea adottata dalla Casa Bianca sulla guerra civile siriana e invitano Barack Obama a pianificare bombardamenti mirati anche contro obiettivi strategici del regime di Damasco, che viola continuamente il cessate il fuoco che gli Stati Uniti hanno costruito con la Russia. Il memo doveva essere una questione interna – le agenzie governative sono invitate a dimostrare il proprio dissenso sulle posizioni ufficiali, il “dissent channel“, perché è ritenuto un elemento di confronto – ma poi è finito in mano al Wall Street Journal che lo ha pubblicato. “È un numero molto alto di funzionari” ha commentato con la Reuters l’ex ambasciatore americano in Siria Robert Ford (ora analista al Middle East Institute di Washington). Si tratta dunque di qualcosa di più di un proficuo confronto su posizioni diverse, perché significa che molti di quelli che lavorano sulla Siria per il dipartimento di Stato non sono d’accordo sulla linea diplomatica e negoziale intrapresa da John Kerry (di sponda con la Russia) e avallata dall’Amministrazione. Conferme: un’altra fonte interna al Dipartimento dice sempre alla Reuters, ovviamente in modo anonimo, di non aver firmato il memorandum ma di poter affermare che il suo contenuto riflette le opinioni dei funzionari che hanno lavorato sul dossier siriano, e aggiunge che in molti ritengono la politica adottata da Obama “inefficace”. Obama paga l’attendismo iniziale; il dietrofront (mai perdonato da Parigi) del 2013, quando i cacci erano pronti a punire il regime colpevole degli attacchi al sarin sui civili, ma furono bloccati dall’intromissione russa e l’apertura della trattativa sullo smantellamento dell’arsenale chimico di Damasco; la volontà di tenere al minimo il coinvolgimento, senza una strategia precisa giocando d’equilibrismo tra concessioni e dialogo con altri attori esterni coinvolti nel conflitto (Russia, Iran, Turchia, Arabia Saudita).

IL VECCHIO PIANO DI HILLARY

Al momento in Siria ci sono 300 soldati americani che stanno facendo da background a un gruppo di miliziani curdi (soprattutto), arabi e siriaci, che stanno cercando di scendere dalle aree settentrionali verso la capitale de facto dello Stato islamico, Raqqa. Allo stesso modo lavorano i caccia della Coalizione a guida americana, che colpiscono soltanto obiettivi dell’Is o della qaedista Jabhat al Nusra, senza dirigersi mai contro le forze governative, anche se le organizzazioni umanitarie quotidianamente accusano Damasco di procurare vittime tra i civili. Non è la prima volta che dal dipartimento di Stato escano proposte di mettere tra i target Bashar el Assad, il presidente/dittatore siriano che soltanto una settimana fa annunciava di voler riconquistare “ogni centimetro” della Siria. Già nel 2012, quando gli uffici al 2201 C Street erano guidati da Hillary Clinton, il Dipartimento si fece promotore di un piano studiato insieme al Pentagono e alla Cia per fornire armi e training a un ampio set di ribelli, i quali non avrebbero dovuto combattere lo Stato islamico (come i curdi del nord), ma cercare di rovesciare il regime. Ciò che resta sul piano pratico del progetto sono i missili anticarro Tow in mano a qualche fazione combattente, quelli che fanno saltare in aria i carri armati russi in mano ai lealisti siriani ad Aleppo e Idlib; sul piano teorico e di dibattito, invece, resta la discussione sul se fornire o meno missili antiaerei alle opposizioni armate per ridurre il gap con i governativi (questione su cui Obama non ha mai ceduto alle pressioni degli alleati regionali).

L’AVVISO DI BRENNAN

Ora lo schema “dipartimento di Stato più Cia” si sta riproponendo, e questo avviene proprio nei mesi precedenti alla possibile elezione di Hillary alla Casa Bianca, tanto che qualcuno potrebbe leggerci già una linea futura, ma sono solo speculazioni. Il direttore dell’Agenzia John Brennan è intervenuto giovedì in audizione al Congresso sostenendo una dato di fatto: Assad è in una posizione più forte di quanto non fosse un anno fa., e non è detto che sia un bene, nemmeno per la guerra allo Stato islamico. Questo rafforzamento è per lo più dovuto all’appoggio russo, che dopo il coinvolgimento attivo iniziato nel settembre del 2015 e nonostante la rimodulazione al ribasso, è diventato il principale contrafforte a tenere in piedi il regime (poi ci sono le milizie sciite e l’impegno sanguinoso dell’Iran). Ora, è chiaro, che andare a bombardare Assad significherebbe andare a colpire l’alleato della Russia, e in un momento di rapporti tesi tra Russia e Nato come questo attuale, sarebbe un grosso problema. Per capirci, gli obiettivi più strategici del regime siriano, quelli che dovrebbero essere messi nei mirini delle bombe intelligenti americani secondo il memo dei 51, sono le basi russe di Latakia e Tartus. (Non serve aggiungere quanto è delicato soltanto il pensare di andare a colpirle, ed è lo stesso memo a precisare che non si chiede che l’affare prenda “il pendio scivoloso” che porterebbe al confronto militare con la Russia).

 

Siria, tutti i subbugli intorno a Obama su Assad

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