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In merito al vertice Opec di oggi gli esponenti sottolineano che l’esito della riunione non è un mistero: una qualsiasi azione coordinata di taglio alla produzione è improbabile. Invece gli interrogativi principali riguardano il futuro dell’Organizzazione dei Paesi produttori di petrolio in seguito alla nomina di Khalid al-Falih, il nuovo ministro dell’Energia saudita. Falih, nominato di recente ministro dell’Energia, dell’Industria e delle Risorse Minerarie, si va unire alla lunga serie di potenti rappresentanti Opec del Regno, senza dubbio il maggiore produttore del cartello. Tra questi figurano Sheikh Zaki Yamani, che ha orchestrato gli embarghi petroliferi degli anni 70, e il predecessore di Falih, Ali al-Naimi, che ha detenuto il controllo sulle decisioni Opec per un quarto di secolo.

Ma per questi personaggi gestire l’Opec, e quindi il mercato petrolifero globale, era l’occupazione principale, mentre Falih è oberato di altre pressanti responsabilità nei confronti della sempre più complessa economia energetica del Paese. L’urgenza di ristrutturare, unita all’inasprimento delle tensioni tra Arabia Saudita e Iran, implica che Falih potrà contare su una flessibilità molto minore, dal momento che la capacità dell’Opec di ricomporre le divergenze interne per prendere decisioni coordinate è già compromessa.

Secondo Yasser Elguindi di Medley Global Advisors, «la nomina di Falih riguarda chiaramente la politica interna più che la politica internazionale sul petrolio». E per Mohammad al-Sabban, analista indipendente ed ex consulente del ministero saudita del Petrolio, «il prossimo futuro sarà un vero banco di prova per verificare se l’Opec è ancora viva o meno».

La salita delle quotazioni del barile nelle ultime settimane ha ridotto la pressione ad agire in occasione dell’incontro a Vienna del 2 giugno. Dopo aver toccato i minimi a tre anni questo inverno, il greggio è quasi raddoppiato di valore e la settimana scorsa ha brevemente trattato oltre quota 50 dollari, in quanto il surplus mondiale che pesa sul mercato dal 2014 sta dando segni di rilassamento. All’ordine del giorno non c’è alcuna proposta specifica sulla produzione, ha sottolineato Falah al-Amri, delegato dell’Iraq, e lo stesso hanno ripetuto altri rappresentanti giunti a Vienna in vista del meeting.

Cinque anni dopo la rivolta popolare che ha spodestato diversi regimi in Medio Oriente e poco più di un anno dopo l’ascesa di un nuovo re, che sarà l’ultimo dei figli del fondatore dell’Arabia Saudita a governare, il Regno è a un bivio. Il re ha rinsaldato il potere nelle mani del figlio, il vice-principe ereditario Mohammed bin Salman, in relazione a tutto ciò che più conta nel Paese, compresi i più importanti ministeri economici, e ha grandi progetti per il settore energetico, fondamentale per i nuovi piani studiati per l’economia nazionale. In questo Falih giocherà un ruolo importante. È stato selezionato dal vice-principe ereditario in scia all’insolita manovra del principe di aprire il negoziato su un congelamento della produzione con alcuni membri Opec e altri esponenti esterni al gruppo.

L’intervento dell’ultimo minuto del principe Mohammed, il quale ha chiarito che non ci sarà alcun congelamento senza la partecipazione dell’Iran, ha turbato l’Opec per avere dato senza mezzi termini priorità agli obiettivi economici e politici di Riad a scapito dell’Organizzazione. Peraltro il focus sulle questioni interne si è intensificato un paio di settimane più tardi, quando il principe Mohammed ha annunciato il vasto piano di revisione dell’economia saudita finalizzato a ridurre la dipendenza dal petrolio. Nessuno è più consapevole di Falih delle implicazioni sulle politiche energetiche del Regno e sulle industrie legate al petrolio e di come tali imperativi inibiscano i rapporti con l’Opec.

Effettivamente molti altri membri del cartello sono alla disperata ricerca di sistemi per limitare la produzione e far salire i prezzi. Le fondamenta del piano del vice-principe ereditario, che prevede la vendita pubblica di azioni della compagnia petrolifera statale Saudi Aramco, riducendo le sovvenzioni nazionali all’energia e sviluppando il settore petrolchimico, poggiano sull’esperienza di Falih nella stessa Aramco, dove ha ricoperto il ruolo di amministratore delegato dal 2009 al 2015. Il nuovo ministero ora include anche il settore energetico del Paese. Negli ultimi anni la domanda interna di energia elettrica è salita alle stelle, in quanto la popolazione è cresciuta e i sussidi governativi hanno abbassato i costi dell’energia. Visto che il Regno dipende dal petrolio per la produzione di circa un quarto del totale dell’energia elettrica, ciò interessa direttamente le esportazioni di greggio.

Nelle calde giornate estive sono necessari fino a 900 mila barili, quasi un barile su dieci dell’output nazionale. Ciò dà a Falih minore flessibilità per ridimensionare o aumentare la produzione in risposta agli sviluppi politici, influenzare i prezzi o anche stabilizzare il mercato in occasione di improvvisi shock. «È un nuovo capitolo nella politica petrolifera saudita», ha commentato Antoine Halff, economista e ricercatore del Center on Global Energy Policy della Columbia University. Tuttavia molti analisti e membri del cartello ritengono che i sauditi stiano cercando di evitare il confronto durante la riunione, dal momento che non sono disposti a modificare i piani di produzione.

Falih è approdato a Aramco nel 1979, dopo aver studiato Ingegneria alla Texas A&M University. L’apice del periodo al timone della compagnia è coinciso con lo storico ampliamento della capacità di produzione verso la raffinazione di prodotti a valore aggiunto più elevato. Con la costruzione di raffinerie nel Paese e all’estero, Aramco è passata da unja capacità di trattamento di 2,4 milioni di barili al giorno nel 2009 agli attuali 5,4 milioni di barili. Molte di queste raffinerie sono gestite sotto forma di joint venture in aree chiave, tra cui gli Stati Uniti e la Cina, i due maggiori acquirenti di greggio nel mondo e fondamentali per il mantenimento della sicurezza e dell’importanza geopolitica dei sauditi nel mondo. In aggiunta, il Regno sta negoziando la costruzione di una raffineria in India, altra potenza in ascesa che, stando agli analisti, probabilmente sarà il mercato dell’energia a più rapida crescita nel corso dei prossimi decenni. Inoltre Falih sta sovrintendendo la significativa espansione di Aramco nel settore petrolchimico, sfruttando il greggio come base per le materie plastiche e i prodotti chimici per l’industria.

(traduzione di Giorgia Crespi)

(Articolo pubblicato su MF/Milano Finanza, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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Di Benoit Faucon, Summer Said e Bill Spindle

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