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Con le amministrative di Milano ormai alle porte, è decisamente interessante godere del punto di vista di chi questa campagna elettorale la sta vivendo sulla propria pelle, con uno sguardo intelligente e mai banale, al di là delle idee politiche: Gabriele Albertini.

Buongiorno Gabriele, si sta per tagliare un traguardo, quello del responso delle urne, che aprirà la strada ad una nuova corsa, non più elettorale ma di governo di una città come Milano. Quali sono le tue sensazioni e cosa puoi dire a chi scorge una contraddizione tra il tuo sostegno politico al governo nazionale da una parte ed un mancato sostegno a Sala in quanto esponenete appoggiato dal medesimo governo dall’altra?

Innanzitutto c’è da dire che la partita è tuttora aperta e la si gioca sul filo di lana. Per quanto riguarda la presunta contraddizione tra l’alleanza al governo nazionale della nostra parte politica e la competizione nel governo locale, la risposta sta proprio nell’aggettivo “nazionale” e in quello “locale”, cioè nel programma di Parisi rispetto a quello di Sala, oltre che nella scelta della persona. È qui che si gioca non la contraddizione ma la coerenza.
Sala, pur provenendo da una storia diversa rispetto a quella di Pisapia, si pone comunque in continuità con l’intera impostazione di questa giunta, da noi rifiutata in quanto contro lo sviluppo economico, come dimostrato nel piano di governo del territorio, con le tasse ad essere più che raddoppiate, con quasi 800 milioni di euro d’incremento, ancorché la detrazione messa in atto dal governo (288 ml). Il governo Renzi rappresenta, invece, una continuità come contenuti, seppur criticabili per una linea non ancora risolutiva, coraggiosa e decisiva ‒ dagli 80 euro che hanno rappresentato un cuneo fiscale, alla riduzione dell’IRAP, all’intervento sull’articolo 18, per arrivare alle riforme istituzionali.
Anche per quanto riguarda le unioni civili, si deve distinguere tra una linea di governo da una parte e una di coscienza e valoriale dall’altra. Il governo è di fatto entrato come acceleratore di un processo che nel parlamento aveva già trovato la sua maggioranza, con le forze politiche come la nostra ad essersi mosse con autonomia. Sicuramente nella scelta è subentrato il sentore di un consenso popolare, più come peso politico che di influenza numerica, in quanto l’avvicinamento alla coppia di scelta rispetto a quella naturale avrebbe inciso in modo vantaggioso dal punto di vista mediatico e di opinion maker. A ciò si aggiunge l’esistenza di una parte di elettorato cattolico non opposto a questa legittimazione ma contrario solamente all’equiparazione delle unioni civili con il matrimonio uomo/donna. La mia parte politica ha quindi sostenuto i diritti civili, dicendo però no all’estensione in merito all’adozione e alla reversibilità. Per argomentare questo tema, aggiungo che abbiamo un quadro pensionistico squilibrato rispetto a proventi della contribuzione e al costo dell’erogazione. Uno squilibrio voluto negli anni in cui la democrazia acquisitiva ha dilagato ‒ sono milioni le persone andate in pensione con 15 anni di contributo, non solamente i 1000/2000 deputati ed ex senatori di cui ci si riempie sempre la bocca; per esempio la legge Costa ha permesso a 500.000 gli italiani di avere un vitalizio che si basa sull’80% dell’ultimo stipendio indicizzato, con 15 anni di contributo per le donne (tra cui la moglie di Bossi), con un peso stimabile a 9 miliardi all’anno.

Che opinioni hai in merito alla posizione di Sala relativamente all’Expo?

Expo rimane un argomento sconcertante. Un candidato sindaco che si accredita come Mr Expo, proveniente da un’esperienza manageriale, dovrebbe essere il primo a rendere conto della contabilità e amministrazione relativi al bilancio Expo, chiarendo in modo limpido la propria posizione. Anche nel caso in cui Expo fosse in passivo tra costi e guadagni, non sarebbe un problema ammetterlo in quanto ha comunque creato movimenti turistici, di marketing urbano e nazionale. Di conseguenza ha funzionato positivamente per molti aspetti, ma ciò non toglie l’inammissibilità di dichiarare un guadagno dove invece vi è stata una perdita. Un candidato deve essere ineccepibile. Purtroppo anche altri argomenti fanno dubitare di una integrità davvero ineccepibile, cristallina di Sala, come coerenza di persona, definendolo, nella migliore delle ipotesi, almeno smemorato, distratto o sprovveduto. A riprova di questo, non si può dichiarare le proprie dimissioni prima di protocollarle, in quanto ci si può chiedere se quel provvedimento di accettazione delle dimissioni sia sufficiente per considerare formalizzata la cessazione della sua carica di commissario in ogni contesto di protocollo; è infatti il governo ad averti dichiarato commissario, ed è lo stesso a dover accettare le dimissioni in caso di cessazione dell’incarico prima del termine. Nulla di grave ma è un pasticcio, come può esserlo la casa in svizzera o i capitali all’estero dell’azienda in Romania, argomenti sensibili in ambito elettorale. Non si può indossare la maglia di Che Guevara se poi si possiede una villa esclusiva vista mare, sono segni che possono minare un’immagine integerrima. Anche se è vero che si debba guardare ai fatti e non alle intenzioni, è pur vero che il diavolo sta nei dettagli.

Alla luce di quanto detto, ciò sembra in contrasto con il riuscire a gestire e portare avanti una macchina complessa come Milano, che necessita di una amministrazione forte, capace di fare quel salto necessario per diventare città europea.

Indubbiamente fa riflettere il fatto che tutto lo staff dirigente di Expo abbia avuto guai con la giustizia, dai colonnelli che hanno avuto dei cautelari ‒ sintomo di una criticità e della presenza argomenti pesanti. Stando agli stessi criteri usati da alcuni sostenitori di Sala verso altri, viene da chiedersi come potevano non sapere. È singolare la situazione, come può essere inconsapevole chi si è trovato nel ruolo di commissario straordinario, monocratico con il governo Letta ma in un ruolo dirigenziale apicale nel sistema già precedentemente? Questo è un argomento che suscita degli interrogativi: perché Sala non è stato nemmeno interrogato? Neanche la culpa in vigilando, come è possibile? Nel caso “Eataly” si è visto solo l’aspetto soggettivo del favoreggiamento come affidamento diretto, senza intenzione di giovare. È evidente che gli argomenti usati con lui sono stati messi in azione, letteralmente, per carità di patria, per evitare cioè di far cadere con lui tutta la vetrina mondiale dell’Italia, impedendo così che tutto il sistema finisse nel gorgo della corruzione e dell’illecito, danza macabra che riguarda in toto le nostre istituzioni, influendo ulteriormente in modo devastante sulla nostra immagine oltre confine. Tuttavia, superato e abbandonato questo argomento, adesso che lo giudico sotto un altro profilo, dovendo scegliere un sindaco preferisco una persona “vergine”, capace di prevenire la corruzione e non uno salvato per carità di patria.

Che idea ti sei fatto, in base alla tua esperienza come sindaco di Milano, di questa campagna elettorale, a volte giocata più su un’eccellente comunicazione che su una vera e propria linea programmatica, con una parte politica a giocare maggiormente sulla vetrina mediatica che sulla fattività e sulla sostanza dei contenuti? E quali, a tuo avviso, sono gli elementi caratterizzanti di Parisi e Sala?

Sala niente di rimarchevole, sembra l’incarnazione della nota frase di McLuhan che il mezzo vale più del contenuto, con uno spargimento di notizie indeterminate ed evocative, solamente delle rappresentazioni utili per indurre emozioni positive e gradevoli.
Parisi delinea invece la visione concreta di un metodo di governo fondato sull’imprenditorialità, sullo sviluppo di risorse della città, in cui il privato non è visto come un entità pericolosa da cui allontanarsi ma come grande possibilità da gestire con la “schiena diritta”.
Pisapia è uscito indenne dal suo mandato, tuttavia è facile definirsi onesti spendendo una parte infinitesimale delle risorse. È in un altro scenario che si verifica la capacità di saper domare gli eventi, quando non ci si esime dal decidere. Nell’amministrazione di una città, ogni volta che si opera una scelta lo si fa tra compromessi possibili tra ciò che è utile, le criticità, la regola del diritto amministrativo, gli interessi del territorio diffusi e concentrati. Queste sono alchimie delicate, il governo è assolutamente una cosa seria e come tale va affrontato.
Quando ho avuto potere legale e responsabilità di governo, mi sono sempre mosso, a volte in maniere sin troppo eccessiva e giacobina, con la convinzione che l’onestà sia sempre una scelta, come la capacità di discernere tra qualcosa di opaco e di limpido. Oggi purtroppo vi è un’enorme crescita esponenziale e tragicamente espansiva della giurisdizione a discapito del resto. L’attuale giurisdizione ipertrofica ha portato all’assunto dell’infallibilità dei magistrati ‒ “nessun magistrato può essere sottoposto a provvedimenti disciplinari per valutazione delle prove e interpretazione delle norme”. Il Pastor Angelicus del Concilio Vaticano I aveva definito il dogma di fede dell’infallibilità di una sola persona, riferendosi al papa quando parlava ex cattedra, la legislazione italiana ha invece consegnato l’infallibilità a diecimilacentocinquantuno persone che hanno vinto il concorso. Esiste un intreccio mediatico, in cui la separazione delle carriere, quanto mai, peraltro sempre più necessaria, non è più che tra giudici e magistrati, cioè tra inquirenti e giudicanti, ma tra giornalisti e pubblici ministeri.

Perché i milanesi dovrebbero votare Parisi?

In primis per quello che ha fatto di buono in passato, nove anni di lavoro per Milano che hanno originato un ricordo sano anche in persone di parte politica diversa, che paradossalmente mettono i nostri successi sui cartelli i nostri passandoli per loro, pur avendo tentato di impedirne la realizzazione. Un’amministrazione che ha speso sei miliardi senza alcun avviso di garanzia, facendone addirittura arrivare trenta; anni gloriosi in cui Parisi è stato protagonista, tra i colonnelli era un generale ad una stella in un incipit di primo mandato che ha dato il turn around a quello successivo. Parisi si collega, pertanto, a quella storia e realtà, volendo riproporre quel metodo basato sul criterio della legalità, imprenditorialità, trasparenza, rigore nelle scelte e apertura alla risorsa del privato, senza cadere nel mito del pubblico.
Il percorso di Parisi, sin da giovanissimo, è quello di un responsabile del dipartimento economico della Presidenza del Consiglio, con governi di quattro colori differenti; in seguito è stato direttore generale, con le caratteristiche dette e la vocazione di un protagonista di quella che è stata, senza falsa modestia e riconosciuta da moltissimi, come tale, una amministrazione encomiabile, un esempio di buon governo per tutto il Paese. Inoltre, è un uomo dall’umanità papabile, con ottima capacità comunicativa, simpatia e autoironia. Il sindaco non è un ministro o un commissario europeo, ma una persona empatica con la cittadinanza. Sala, a parte il background relativo alla sua esperienza come dirigente Telecom, nella giunta Moratti e in Expo, mi sembra più spigoloso, freddo, forse perché spodestato da un ruolo acquisito, che sentiva già suo. Un incoronato senza combattere che spesso si ritrova a non saper incassare e gestire situazioni di confronto bilaterale, a cui rifugge, e di polemiche assolutamente normali in campagna elettorale.

Perché i milanesi dovrebbero votare Parisi? Parla Albertini

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