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Uno studio della Banca d’Italia ha bocciato una stretta sul trattamento regolamentare dei titoli di Stato detenuti dalle banche, sia in termini di requisiti di capitale aggiuntivi sia riguardo a un tetto all’esposizione. «I costi microeconomici e macroeconomici di una riforma potrebbero essere rilevanti, mentre i benefici sono incerti», hanno scritto gli autori dell’analisi di Via Nazionale (Lanotte, Manzelli, Rinaldi, Taboga, Tommasino).

LA RIFORMA IN FIERI

La riforma avrebbe «considerevoli problemi d’introduzione», a cominciare dall’impiego dei rating delle agenzie, che sarebbero utilizzati nonostante i problemi emersi nella crisi del debito sovrano e le raccomandazioni contrarie del Financial Stability Board. La ricerca non rappresenta necessariamente la posizione di Bankitalia, anche se i vertici di Via Nazionale hanno espresso in passato opinioni critiche su eventuali strette sui titoli di Stato, contenute peraltro anche in un precedente studio di Palazzo Koch (di Angelini, Grande e Panetta).

I RIFLESSI PER L’ITALIA

La materia ha riflessi significativi in Italia, uno dei Paesi dove le banche hanno accresciuto maggiormente l’esposizione sui titoli di Stato durante la crisi. Secondo indiscrezioni, nel prossimo Ecofin saranno discusse per la prima volta proposte per introdurre una ponderazione di capitale (oggi è pari a zero) e per mettere limiti alle esposizioni. Si valutano anche soluzioni ibride, basate per esempio sulla concentrazione e sulla qualità dei titoli. Così l’Europa, su pressione della Germania, si muoverebbe in anticipo rispetto al Comitato di Basilea, violando le raccomandazioni di molti (per esempio, del presidente della Bce Mario Draghi) di trovare sulla questione una soluzione a livello globale.

LE STIME DELLA BANCA D’ITALIA

L’analisi di Bankitalia ha mostrato il potenziale impatto di misure di questo tipo sulle maggiori 39 banche europee (tra cui le italiane Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps, Banco Popolare e Ubi Banca, con dati a metà 2013). Innanzitutto gli autori hanno valutato l’effetto di una ponderazione patrimoniale basata sul rating del Paese (quindi al 50% per l’Italia) oppure uguale al 10% per tutti gli Stati (scegliere tra la prima e la seconda ipotesi non sarà semplice, per le conseguenze anche politiche della decisione). Nel primo caso le banche italiane perderebbero l’1,2% di capitale Tier 1, passando dall’11,9 al 10,7%. Le più penalizzate sarebbero quelle portoghesi (-130 punti base di capitale), seguite da italiane (-120) e spagnole (-80). Nella seconda ipotesi, ovvero quella che prevede l’applicazione di una ponderazione comune pari al 10%, l’impatto maggiore sarebbe per gli istituti tedeschi (-50 punti base) e italiani (-30).

LO SCENARIO

Sul tavolo dei regolatori, come detto, c’è anche la possibilità di fissare un tetto ai bond pubblici. Danièle Nouy, presidente della vigilanza Bce, aveva proposto un limite del 25% del capitale, lo stesso valido nei fidi verso privati. L’idea è stata poi bocciata dal vicepresidente Bce Vitor Constancio, che ne ha sottolineato le enormi conseguenze. Secondo gli economisti di Bankitalia, «non sembra ragionevole applicare i limiti di solito utilizzati per i privati». Di conseguenza hanno ipotizzato un tetto del 100% e del 200% del capitale: le cinque maggiori banche italiane (che hanno in media titoli pubblici pari al 193% del patrimonio) dovrebbero cedere rispettivamente 100 e 33,5 miliardi di titoli di Stato, con conseguenze anche per il Tesoro e per lo spread. I dati sarebbero più alti considerando l’intero settore. Inoltre l’analisi ha rilevato che le riforme produrrebbero anche effetti macroeconomici.

LE CONCLUSIONI DEL REPORT

A fronte di costi certi, i benefici sarebbero incerti: gli autori hanno ricordato che l’aumento delle richieste patrimoniali non basterebbe comunque a proteggere banche e imprese dal default dello Stato in cui si opera. Peraltro già oggi la regolamentazione si occupa dei titoli di Stato delle banche, attraverso i limiti sulla leva e i buffer sovrani richiesti negli stress test del 2011 e del 2014. Inoltre l’eventuale uso dei rating esterni è problematico: semmai si dovrebbero preferire indicatori del Fmi o della Commissione Ue. Secondo l’analisi Bankitalia, il legame pericoloso tra banche e Stati va spezzato piuttosto rafforzando i conti pubblici e completando l’Unione bancaria.

GLI ATTRITI CON LA GERMANIA

Sui prossimi passi della Banking Union potrebbe ora accendersi ulteriormente lo scontro tra la Germania, che vuole la stretta sui bond sovrani prima di valutare una garanzia comune sui depositi a protezione di banche estere, e Italia e Francia, che invece spingono per un backstop Ue sui conti correnti e sul fondo di risoluzione (che dovrebbe essere fornito da linee di credito dell’Esm al Single Resolution Fund, secondo Roma e Parigi). «La sfiducia lungo i confini nazionali ancora prevale», ha detto nei giorni scorsi il direttore generale di Bankitalia Salvatore Rossi, sottolineando che «l’Unione bancaria non è né perfetta né completa».

(Pubblicato su MF/Milano Finanza, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

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