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Sicuramente i Panama Papers continueranno a far uscire enormi quantità di informazioni su potenti e poteri, e sulle rotte che certi soldi che contano prendono nel mondo. La mole dei documenti annunciata dai giornalisti che ci stanno lavorando è enorme, e il loro significato va molto oltre lo stillicidio quotidiano di nomi di personaggi famosi o pseudo tali che in Italia escono segnalati tipo pettegolezzo, uno ad uno, con tanto di tweet di menzione e chiocciolina.

LA RICOSTRUZIONE UFFICIALE

È una vicenda enorme, che apre scenari complessi. Uno di questi è certamente collegato a come sono arrivati quei documenti ai media, e su chi c’è dietro, ammesso che dietro ci sia qualcuno. Le ricostruzioni rese disponibili dai giornali che stanno ancora seguendo l’inchiesta dopo un anno di consultazione dei documenti, raccontano di una fonte anonima che ha contatto per primo il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung: i due giornalisti entrati in contatto con il whistleblower si sono visti recapitare una quantità di documenti troppo grande da analizzare da soli, e così hanno deciso di contattare l’International Consortium of Investigative Journalist (ICIJ). Ma quei leak sono usciti realmente così dalle casseforti dello studio legale panamense? Mossack Fonseca fin dalle prime ore dopo la diffusione dello scoop ha denunciato che non si è trattato di una fuga di notizie da parte di un collaboratore, ma di un attacco hacker contro i propri server.

LA TESI

Clifford Gaddy, economista specializzato sulle questioni russe, autore per Foreign Policy e senior fellow della Brookings Institution, ha scritto una propria teoria su come sono andate le cose, in un post sul blog che cura per il sito del think tank di Washington. Gaddy parte dal teorizzare il fatto che è quasi impossibile che un solo uomo sia riuscito a sottrarre da solo quel gran numero di file e documenti, e dunque secondo lui dietro dev’esserci un’organizzazione strutturata, in grado di sottrarre il tutto da banche dati protette: ossia, è un lavoro da servizi segreti.

SONO STATI I RUSSI

Gaddy ha un’idea chiara anche su quale potrebbe essere il servizio che se n’è occupato: quello russo. I perché sono almeno due. Per prima cosa, sebbene Vladimir Putin sia uno dei più importanti personaggi coinvolti nella vicenda, il presidente russo non è mai chiamato in causa direttamente, e in realtà la cifra chiacchierata – 2 miliardi di dollari, dirottati off shore attraverso il suo amico violoncellista Serghey Roldughin – è una quantità relativamente piccola della fortuna che nel corso degli anni avrebbe accumulato Zar Vlad; s’è detto dai 20 ai 100 miliardi. Per questo, secondo Gaddy, l’esposizione indiretta di Putin non cambierebbe molto la percezione che il mondo ha di lui, e il Cremlino ha già trovato le contromisure propagandistiche per ovattare la questione. Il coinvolgimento sarebbe dunque un alibi ottimale per nascondere la colpevolezza.

Altro aspetto che potrebbe ricollegare i fatti ad una grande operazione russa, per l’analista della Brookings, è lo scarso coinvolgimento degli americani nel dossier. Per Gaddy questo potrebbe significare che i russi hanno in mano informazioni su statunitensi anche di alto livello, ma che non le hanno volutamente fatte uscire: d’altronde, spiega, un segreto appena rivelato non è più un argomento di ricatto, fare uscire i nomi li fa perdere immediatamente di valore politico, mentre sarebbe proprio per crearsi una potenziale arma di destabilizzazione, che Mosca avrebbe organizzato l’hackeraggio alla Mossack Fonseca.

E CHE DICONO I RUSSI?

In realtà Putin aveva dichiarato da subito che dietro alla fuga di documenti c’era invece un’operazione degli Stati Uniti (“esponenti e organi ufficiali”) che volevano “minare la nostra unità, che li disturba più dei nostri successi in Siria e della resistenza della nostra economia”. Mosca collegava, contrariamente alla tesi di Gaddy, l’assenza degli americani proprio al fatto che Washington aveva orchestrato l’attacco, e per questo non aveva coinvolto statunitensi nello scandalo.

PERCHÈ CI SONO POCHI AMERICANI

La BBC a proposito di questo aspetto aveva spiegato che in realtà il basso numero di statunitensi nella lista uscita dalla Mossack Fonseca è legata al fatto che gli americani non hanno bisogno di “andare lontano” per nascondere patrimoni illegali, perché “le leggi degli Stati Uniti nel Delaware, Nevada e Wyoming hanno reso facile per le aziende creare società di comodo [in questi stati] per evitare tasse più alte” in altri stati dell’Unione. In un’analisi del New York Times il Delaware è definito come “una versione terrestre delle isole Cayman”, noto paradiso fiscale.

 

Ci sono i russi dietro ai Panama Papers?

Sicuramente i Panama Papers continueranno a far uscire enormi quantità di informazioni su potenti e poteri, e sulle rotte che certi soldi che contano prendono nel mondo. La mole dei documenti annunciata dai giornalisti che ci stanno lavorando è enorme, e il loro significato va molto oltre lo stillicidio quotidiano di nomi di personaggi famosi o pseudo tali che in Italia…

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