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S’è aperta una nuova settimana senza che ancora il cosiddetto Gna, il governo di accordo nazionale in Libia, ossia il frutto del processo di dialogo promosso dalle Nazioni Unite, abbia funzioni operative vere e proprie sul territorio libico.

Circa tre settimane fa, l’Onu, l’Ue e gli Stati Uniti avevano fatto una forzatura per trasformare il Consiglio presidenziale (l’organismo politico del processo di dialogo per l’unificazione) in un governo, e per trasfigurare una dichiarazione di apertura verso il Gna (firmata da un centinaio di parlamentari) in una legittimazione politica, ma la spinta non è servita a far insediare l’esecutivo.

Venerdì scorso Fayez Sarraj, il premier designato per guidare il Gna, doveva entrare con tutto il suo gabinetto a Tripoli, secondo annunci e timing impartiti dal mediatore incaricato dall’Onu Martin Kobler. C’erano stati favorevoli e contrari, e scontri tra milizie dei favorevoli e quelle dei contrari. Ma nessuno ha potuto — e può — garantire la giusta protezione al nuovo esecutivo, che è dunque restato fuori dalla Libia, ufficialmente impegnato in incontri diplomatici. Inutile aggiungere che se qualcuno del gabinetto-Sarraj dovesse cadere in una qualche imboscata sarebbe uno smacco troppo grosso per il processo di pacificazione, una vittoria per le fazioni più oltranziste, una risata per gli uomini del Califfato, che intanto continuano nelle loro attività.

Proprio venerdì s’è sparsa la notizia che quattro ministri del futuro esecutivo stavano per arrivare a Tripoli, e il governo locale ha messo sul piede di guerra le milizie fedeli e dichiarato lo stato di emergenza. Poi, dalle 8 alle 14 di domenica e qualche ora all’alba di lunedì 28 marzo, l’aeroporto Mitiga di Tripoli (l’unico scalo civile ancora funzionante) è stato chiuso, con mezzi militari piazzati sulla pista, ufficialmente perché erano in corso scontri tra milizie. A quanto pare però, il sito specializzato sulla Libia Alwasat, riporta un’altra motivazione che ha spinto Tripoli alla chiusura dello scalo: c’era segnalazioni sul fatto che un aereo che trasportava Sarraj e alcuni altri componenti del Consiglio/governo era in arrivo in Libia. Alla fine sembra che per evitare spiacevoli epiloghi l’aereo sia stato costretto a ritornare a Tunisi, luogo di protezione e dinamiche del Gna, dove lunedì ha fatto visita il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon.

Mentre si susseguono dichiarazioni di contrarietà da Tripoli, il parlamento di Tobruk, che ha riconoscimento internazionale dunque è l’unico che potrebbe dare legittimità politica riconosciuta a Sarraj, ha fatto saltare di nuovo (per la quinta volta in un un paio di settimane) la seduta di votazione sul Gna per mancanza del quorum.

Ci sono anche voci a favore del governo dell’Onu, tipo quelle che arrivano da Misurata, importante città/stato, fondamentale per muovere qualsiasi cosa a Tripoli. Sono le milizie che stanno mostrando più di tutti i muscoli verso i contrari all’ingresso del gabinetto di concordia nella ex/futura capitale. Il problema è che anche tra i favorevoli non c’è un fronte unito: si lotta per essere coloro che faranno entrare Sarraj, l’Onu, l’Occidente e la Comunità internazionale, a Tripoli, dandosi un ruolo di responsabili e affidabili: sul piatto accordi su armamenti e petrolio, peso politico e riconoscimento globale, piatto goloso che nessuno vuole spartire con gli altri.

Perché la Libia è ancora senza governo

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