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In Francia si sta pensando all’emanazione di una legge che garantisca ai lavoratori il “diritto alla disconnessione”. All’interno di un più articolato sistema, la norma – come riferisce il Corriere della Sera del 19 febbraio scorso – alla quale si riferisce dovrebbe contribuire all’effettività del “riposo” ed all’equilibrio tra lavoro e vita privata. Questa notizia, che nulla ha di nuovo se non l’idea che si stia pensando alla “codificazione” di un nuovo diritto del lavoratore, in realtà mette a nudo la sterilità ed inconsistenza del dibattito tutto italiano sul tema “dell’orario di lavoro” originatosi a valle di alcune dichiarazioni del Ministro Poletti.

Le dichiarazioni del nostro ministro del Lavoro, poi, si andavano ad intersecare con l’altro importante dibattito attorno alla retribuzione ed al sinallagma contrattuale del nostro rapporto di lavoro subordinato, ovvero: tempo – retribuzione. Orbene, la questione presa in considerazione dal Governo francese entra a piedi uniti su entrambi i fronti: da una parte, fa emergere come ormai il “tempo lavoro” non è legato alla “timbratura” o all’ubicazione del dipendente; dall’altra parte chiarisce come il “tempo” può essere una variabile slegata “dall’effettiva” attività svolta.

Questi sono i temi da affrontare, ma senza demagogia e campanilismi. Se pensiamo per un solo istante alla tecnologia che governa il nostro lavorare, la nostra professione, le nostra attività, abbiamo immediatamente la percezione di ciò che dico: non importa più dove, adesso puoi lavorare ovunque!! Non importa quando, puoi lavorare ed essere raggiunto in ogni momento! Pare chiarissimo, essendo mutati due degli elementi centrali del vecchio “contratto di lavoro subordinato” – tempo e luogo – che devono cambiare gli elementi che governano le relazioni contrattuali precedenti.

E non si tratta di tornare al “cattivo” come ovviamente i soliti urlatori vanno dicendo. Si tratta di elaborare formule nuove che vadano nel senso del cambiamento. Cambiamento non solo del mercato, ma dell’organizzazione del lavoro, del lavoro, della relazione con gli “strumenti di lavoro”, della relazione con i colleghi, con i superiori gerarchici, con l’azienda e via dicendo.

Il cambiamento, insomma, non può travolgere o mutare un solo aspetto di una relazione contrattuale così articolata e complessa come quella lavorativa, ma certamente si estende a tutto ciò che interferisce e si interseca con essa. Il tutto con una complicazione: la “connessione” è un aspetto ormai della vita quotidiana, non solo del lavoro, e forse la “disconnessione”  potrebbe essere vissuta come un’intromissione impropria nella vita privata.

Il diritto dei lavoratori alla “disconnessione”. In Francia si pensa ad una legge, e in Italia?

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