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C’è aria di burrasca tra Roma e Berlino. Mai rapporti così tesi, constatano i media di entrambi i Paesi. Senza peraltro rendersi conto che anche loro sono però parti in causa. I media tedeschi accusano l’Italia di bloccare per interessi nazionali i 3 miliardi di euro promessi alla Turchia per gestire meglio i campi profughi. Quelli italiani puntano il dito contro Berlino che non vuole che l’Italia salvi le sue banche traballanti, eppure la Germania a suo tempo l’ha fatto.

Sono solo gli ultimi due esempi di una lunga lista di contenziosi che hanno visto affilare le penne in entrambi i Paesi. Una guerra di carta, che sembra ignara degli effetti sull’opinione pubblica.

Ecco qualche esempio. A fine novembre la Repubblica titolava con una dichiarazione del presidente dell’Abi, Antonio Patuelli: “Il salvataggio delle banche è una legnata” e poi spiegava: “Il presidente dell’Abi critica l’Europa: Siamo imbestialiti, la Germania può usare soldi pubblici e noi no. Così non va”. Il Sole 24 Ore il 20 dicembre affinava il tiro e sotto il titolo a effetto “Von Bond non paga il bail-in” spiegava: “Merkel contro tutti, seconda parte. Calato il sipario sulla tragedia greca, i drammi finanziari di Eurolandia tornano in scena con un nuovo capitolo della saga. E anche in questo caso, la trama è scritta nell’introduzione: un monologo tedesco sulle regole del gioco. Del resto, quando si chiede a ‘Von Bond’ [alias Wolfgang Schäuble] di aiutare uno Stato o condividere debiti, direzione e regia li prende Angela Merkel”. Un battage, quello contro la Germania matrigna, iniziato già ben prima però. In difesa della Grecia (che poi era anche in difesa delle ragioni italiane).

E così Giulio Sapelli la scorsa estate scriveva sul Messaggero “Le colpe di Berlino/L’Europa tradita dai ragionieri: In fondo il ministro Wolfgang Schäuble è la quintessenza dell’identificazione etimologica del debito con la colpa (Schuld vuol dire infatti tanto debito quanto colpa) mentre i creditori, die Gläubiger, sono anche i veri credenti. Contro questo fanatismo ideologico ben si capisce come la Merkel combatta a mani nude, se combatte. Ben inteso, seguendo le orme di Helmut Kohl (e prima di Helmut Schmidt), potrebbe avere uno scatto di orgoglio e capire che l’exit della Grecia dall’euro, significando in definitiva la fine dell’Unione Europea, potrebbe ben meritare di giocare d’azzardo e di schierarsi contro i falchi dell’infelice Schäuble, rischiare di perdere la fiducia del Bundestag e quindi della cancelleria, e tuttavia passare alla storia invece che alla cronaca.

Perché è questa la terribile antitesi: la cronaca di un albo dei conti, neanche scritto in modo virtuoso e illuminato, e il peso di una storia che sempre ritorna e non si vuole superare. Si ritorna sempre a Sedan, al 1870, a quella Germania che schiaccia la Francia e che non impara la lezione di Bismarck (‘Mai avere nemici sia a oriente sia a occidente’) il quale, non a caso, vien subito cacciato dal Kaiser Guglielmo I°. I tedeschi son tornati ad avere tutti nemici salvo gli Stati vassalli delle saghe finniche e vichinghe e i rappresentanti di una dolente e straziata Polonia che nel dolore immenso della sua storia non sa far altro che rinnovare l’odio verso i russi e la sudditanza verso i tedeschi.”

Meno storico e più squisitamente economico era invece nello stesso periodo il commento dalle colonne del Sole 24 Ore di Alberto Quadrio Curzio, titolato “Se Berlino rischia di essere il nemico della Ue”: “L’immenso surplus delle partite correnti della Germania – i risparmi in eccesso generati dall’abbassamento dei salari per sostenere le esportazioni – è stato sia una causa della crisi della zona euro, sia un ostacolo per risolverla. Prima della crisi quel surplus alimentava i prestiti “cattivi” delle banche tedesche all’Europa meridionale e all’Irlanda. Adesso che il surplus annuale della Germania – cresciuto fino a raggiungere i 233 miliardi di euro (255 miliardi di sterline), avvicinandosi all’8% del Pil – non è più ‘riciclato’ nell’Europa meridionale, la depressa domanda interna del Paese esporta deflazione, che esaspera le disgrazie debitorie della zona euro”.

A questi attacchi i media tedeschi il più delle volte nemmeno hanno fatto caso, così come è passata in sordina la conferenza stampa di fine anno di Renzi. E questo per due motivi. Primo, perché ormai sono si sono rassegnati a sentirsi non capiti, restando i più convinti che solo l’ordine e il rigore potranno salvare l’Europa. La flessibilità, anche se recentemente invocata da Merkel a proposito delle politiche di integrazione dei profughi, non ha ancora fatto breccia nel Dna tedesco. Il secondo motivo, e in questo il premier Matteo Renzi non ha torto, i tedeschi proprio non ce la fanno a prendere sul serio l’Italia. Il Bel Paese, come si ostinano a chiamarlo, resta ai loro occhi una sorta di Paese dei balocchi, delle vacanze. Quando invece i problemi in campo sono seri, il tono si fa più scettico e spesso anche beffardo.

Maestro indiscusso di questa visione è il corrispondente economico della Frankfurter Allgemeine Tobias Piller, che una sufficienza all’Italia non l’ha mai data. Ecco cosa scriveva la fine di ottobre scorso sulla legge di stabilità: “È da quando si è insediato che il primo ministro Matteo Renzi promette di ridurre la spesa pubblica. Peccato che il governo italiano si rifiuti di attuare una politica finanziaria solida. E l’Europa si lascia prendere in giro… Da questo punto di vista la legge di stabilità italiana per il 2016 è un pezzo da manuale su come la retorica di un politico carismatico qual è Renzi possa aggiustare tutto, non solo via televisione ma anche a Bruxelles. Il primo ministro non aveva promesso sin dalla primavera del 2014 di voler azzerare entro il 2016 il deficit strutturale? E ancora, non aveva annunciato tagli della spesa pubblica nell’ordine di 32 miliardi di euro entro il 2016? Ora, con la legge di stabilità appena presentata, Renzi prova a vendere una visione totalmente diversa del mondo, con più deficit e più debito pubblico. E come se non bastasse, condisce il tutto con frase a effetto del tipo: “L’Italia non si farà certo prescrivere dai burocrati europei quale politica economica adottare”.

Sollecitati dai toni duri che ultimamente hanno caratterizzato le comunicazione tra Roma e Bruxelles e in previsione dell’incontro di oggi tra il premier e la Kanzlerin, i media tedeschi (eccetto la FAZ che si è aggiudicata l’intervista con Renzi) negli ultimi giorni si sono affrettati e tracciare nuovi profili del Paese e del suo premier. Tra i più interessanti c’è il ritratto che l’Oliver Meiler della Süddeutsche Zeitung fa del capo del governo: “Un fantastico affabulatore. Una definizione alle orecchie di qualcuno potrebbe sembrare di scherno. Ma non alle sue. Quando all’inizio del suo mandato di premier gli venne chiesto quale fosse la lacuna più grande del suo Paese, lui aveva risposto: ‘Dobbiamo cambiare il modo di raccontare (storytelling) l’Italia’”.

Un’impresa nella quale Renzi è riuscito benissimo annota Meiler, tanto da diventare “un campione del maquillage. Se le cifre non sempre sono come dovrebbero essere, lui le ritocca. E ci mette tutto il suo pathos. Decantando le bellezze del Paese, la cultura, l’arte, il paesaggio e la gastronomia. Se però qualcuno critica lui o la sua politica, allora se la prende. (…) Adesso ha dato il via al secondo capitolo della saga, ambientata questa volta in Europa. ‘L’Italia è tornata – dice il premier – più solida, responsabile e ambiziosa che mai’. E come prova cita le riforme, quella del mercato del lavoro, della semplificazione burocratica, della costituzione. Tutto vero, tutto fatto in due anni – e nell’ottica europea. E per questo niente più complessi di inferiorità. È finito il tempo in cui l’Italia si faceva comandare come fosse una provincia. (…) Così va dicendo già da diversi giorni. Prendendo alla sprovvista Bruxelles e Berlino – i principali destinatari – altrimenti abituati a modi assai più gradevoli da parte di questo politico giovane e fascinoso”.

Oggi Angela Merkel e Matteo Renzi si incontrano e tutti guardano con interesse verso Berlino. Ognuno poi scriverà la sua versione di questo incontro. Chi attingendo alla storia, chi all’immagine edulcorata del simpatico mascalzone latino. Mettere in evidenza le storture da ambo le parti fa parte del mestiere: la Germania che si compera tutti gli aeroporti greci, l’Italia che naviga ancora a vista nel gestire i profughi. Ma ci sarebbe anche da conoscere e apprendere l’uno dall’altro.

Un’inchiesta sobria su come la Germania stia faticosissimamente provando a mettere ordine all’accoglienza di un milione e passa di profughi non potrebbe essere altrettanto interessante per un lettore (e anche qualche sindaco, assessore, governatore) italiano? E per uno tedesco non sarebbe altrettanto interessante un pezzo sul ruolo importante che l’Italia gioca nella complicata vicenda libica?

Un paio di anni fa il Goethe Institut lanciò “Va bene?” un programma di scambio di giornalisti tra redazioni italiane e tedesche. A questa iniziativa si affiancarono dibattiti sullo stesso tema, organizzati da Villa Vigoni, un’associazione “voluta dalla Repubblica Federale di Germania e dalla Repubblica Italiana allo scopo di sostenere le relazioni italo-tedesche nell’ambito della ricerca scientifica, dell’istruzione superiore e della cultura”.

Ecco la guerra (di carta) tra Italia e Germania

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