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Un mese dopo l’esplosione della sua prima bomba termonucleare, la Corea del Nord lancia un nuovo segnale al mondo intero facendo decollare un missile balistico intercontinentale. Ma le cose non stanno proprio così…

Il Servizio di ricerca del Congresso degli Stati Uniti ha concluso che l’esplosione sotterranea avvenuta il 3 gennaio nel poligono nordcoreano di SungJibaegam non è stata provocata dalla fusione di un ordigno termonucleare.

Come era stato proprio qui previsto, poche ore dopo il trionfante annuncio dell’agenzia di Stato della Corea del Nord, le analisi atmosferiche non hanno rivelato alcuna traccia di sostanze provenienti da fallout nucleari, mentre le analisi delle onde sismiche a bassa frequenza hanno dimostrato che può essersi trattato dell’esplosione di una bomba atomica a fissione oppure di una bomba nucleare “accelerata” o “a fissione-fusione”.

Nel primo caso, i coreani hanno semplicemente fatto esplodere una bomba atomica più grossa delle precedenti già da loro sperimentate; nel secondo hanno impiegato una bomba in cui una fusione limitata serve per promuovere il processo di fissione, permettendo ad atomi più pesanti di raggiungere le condizioni di frammentazione nucleare e quindi di ottenere più energia esplosiva. In entrambi i casi, questo spiega perché i tracciati sismici non hanno evidenziato la liberazione della potenza esplosiva caratteristica delle bombe termonucleari (misurabile in migliaia di volte quelle di un ordigno atomico), ma una potenza maggiore di un solo ordine di grandezza.

Questo fatto aiuta a rimettere nella giusta prospettiva le potenzialità della ricerca scientifica e della tecnologia Nordcoreana. Infatti, già il mese scorso dubitavo decisamente “che questo Paese, sotto uno stretto embargo internazionale proprio dal 2006, possa aver fatto un balzo tecnologico tale da permettergli di realizzare una bomba a fusione in soli tre anni dal suo primo successo nucleare”. Mentre, all’inizio della guerra fredda, sono stati necessari ben sei anni agli USA e tre all’URSS per passare dalle bombe a fissione a quelle a fissione accelerata. In seguito, per passare dalle bombe a fissione alle vere e proprie bombe termonucleari, le due superpotenze impiegarono rispettivamente sette e quattro anni.

Buona parte del clamore mediatico connesso al missile lanciato poche ore fa è dovuto proprio al collegamento con la notizia del mese scorso: nell’immaginario collettivo, ora il bellicoso Kim Jong-Un ha a disposizione sia le bombe termonucleari che i missili balistici intercontinentali. Per fortuna, la situazione è ben diversa, almeno per ora.

La Corea del Nord, infatti, ha già visto il primo successo del suo programma spaziale nel dicembre del 2012, quando ha lanciato in orbita il satellite Kwangmyongsong 3-2 per l’osservazione della Terra. Mentre Pyongyang sostiene di aver già lanciato altri due satelliti, nel 1998 e nel 2009, nessuno al di fuori della Corea del Nord ne ha mai osservato traccia. È invece confermato che il Kwangmyongsong 3-2 è effettivamente in orbita dalla fine del 2012, ma non risulta che abbia mai trasmesso alcun segnale.

Nel settembre 2014 si è concluso l’ampliamento del centro spaziale di Tongch’ang-dong – ribattezzato Stazione di lancio satelliti di Sohae – sulla costa occidentale nordcoreana a poca distanza dal confine cinese. Da qui, come ha annunciato la tv di Stato Nordcoreana, alle ore 9 di domenica 7 febbraio è stato lanciato un missile che ha portato in orbita il satellite Kwangmyongsong 4 per ordine e sotto la direzione del grande leader Kim Jong-Un”. Anche in quest’ultimo caso, il satellite è ufficialmente destinato all’osservazione della Terra. Per la prima volta il sistema è stato considerato così affidabile da permettere all’agenzia di Stato di preannunciarne il lancio ben quattro giorni prima.

Questa volta, l’evento è stato confermato: il NORAD ha identificato due oggetti – classificati coi codici 41332 e 41333 – in orbita su una inclinazione di 97.5 gradi e che probabilmente corrispondono al satellite ed al relitto del terzo stadio del missile. Intanto, il Giappone ha identificato quattro punti di impatto in mare (uno 150 km a ovest della penisola coreana nel Mar Giallo, due a sudovest nel Mar Cinese Orientale e l’ultimo nel Pacifico 2000 km a sud del Giappone) corrispondenti alla ricaduta degli altri stadi del missile.

Ben note le reazioni da tutto il mondo. E l’aumento della tensione internazionale è evidenziato dai negoziati ora in corso fra Corea del Sud e Stati Uniti per il dispiegamento a sud del 38esimo parallelo del sistema di difesa missilistica Terminal High Altitude Area Defense (THAAD): batterie di missili antimissili autotrasportate che si aggiungerebbero al sistema antimissile sud coreano già operativo.

Ma occorre sottolineare alcuni aspetti che i media – e soprattutto le dichiarazioni politiche – hanno più o meno volutamente trascurato.

È vero che i vettori come quello lanciato domenica sono molto probabilmente basati sul missile balistico a lungo raggio Taepodong, con una tangenza operativa di 5600 miglia (9000 km), quindi sarebbero potenzialmente in grado di colpire bersagli compresi fra il Regno Unito, la Russia, Il Canada e l’Australia e probabilmente anche la sola costa occidentale degli Stati Uniti – Italia inclusa.

Ma, come si diceva proprio qui un mese fa, un problema è costruire un ordigno nucleare, un altro molto più complesso è riuscire a realizzare una bomba sufficientemente miniaturizzata da trovare posto in una testata, resistere alle accelerazioni del lancio e al volo balistico per essere in grado di esplodere in autonomia sul bersaglio prestabilito.

Fino ad ora nessun satellite nordcoreano “adibito all’osservazione della Terra” è riuscito lanciare segnali una volta messo in orbita. Sistemi di radioascolto in tutto il mondo stanno ora con le orecchie tese per tentare di intercettare qualche comunicazione da parte di Kwangmyongsong 4.

Per quanto imprevedibili possano sembrare le azioni di Kim Jong-Un, è molto improbabile che il regime Nordocoreano abbia non solo la capacità scientifica e tecnologica ma anche la volontà politica di passare nell’immediato futuro dalle dichiarazioni rodomontesche ad effettive azioni belliche. Già il 1 febbraio l’Agenzia di Stato Nordcoreana ha richiesto un negoziato con gli Stati Uniti (un sogno irrealizzato del giovane Kim è poter stringere la mano e trattare alla pari coi presidenti delle grandi potenze mondiali) per “risolvere il problema nucleare”. Nello stesso comunicato ha accusato gli USA di compiere esercitazioni militari aggressive contro la Corea del Nord, di trascurare la potenzialità nucleare di Pyongyang e ha – curiosamente – affermato che la Corea del Nord “non ha bisogno di effettuare test di bombe ad idrogeno perché la nazione ha già la capacità di costruire armi nucleari e di rinnovare il proprio parco di armi di distruzione di massa”.

È chiaro che i principali risultati immediati che si aspetta Kim Jong-Un restano, per ora, solo diplomatici. Scambiare accordi per rallentare il proprio programma nucleare in cambio di relazioni internazionali. Fare percepire al proprio popolo che la Corea del Nord siede al tavolo delle grandi potenze nucleari e rafforzare la sua leadership in vista del settimo congresso del Partito dei Lavoratori previsto per maggio 2016.

Kim

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