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Il commercio con l’estero, è noto, incide sulle scelte elettorali. Probabilmente più in Italia (Paese trasformatore e aperto al commercio internazionale; l’export è pari ad un terzo del nostro Pil) che negli USA (dove l’export sfora il 14% del Pil). Tuttavia, è soprattutto sul nesso tra export e voti negli Stati Uniti che sono stati fatti maggiori studi ed analisi più approfondite.

In linea di massima, i programmi elettorali dei due maggiori partiti americani riflettono visioni abbastanza differenti della politica commerciale. I democratici tendono ad essere protezionisti, anche perché per decenni hanno avuto la loro base elettorale nei ceti operai del Nord, mentre i repubblicani tendono ad essere liberisti, un’eredità della matrice esportatrice del ‘Profondo Sud’ già prima della Guerra di Secessione.

Ciò non vuol dire che ai programmi fanno seguito politiche ad esse coerenti; ad esempio, Obama ottenne il primo mandato con un programma protezionista (uno dei suoi maggiori finanziari è stato l’United Auto Workers, il potente sindacato dell’auto) ma successivamente ai due accordi di ‘partnership’ sul Pacifico e sull’Atlantico, ha seguito linee sostanzialmente liberiste (facendo però pensanti concessioni protezioniste, ad esempio il FATCA, al mondo finanziario).

Gran parte dei lavori empirici affermano che gli effetti positivi sull’occupazione di un’espansione dell’export favoriscono il partito al Governo. D’altro canto, l’insicurezza sulla tenuta dei posti di lavoro derivante da accresciuta competizione dalle importazioni porta voti all’opposizione.

Questa considerazione, peraltro piuttosto banale, viene messa in dubbio da un approfondito studio empirico di tre economisti della Georgetown University (J. Bradford Jensen, Dennis P. Quinn, Stepen J. Weymouth) pubblicato on line come NBER Working Paper No. w21899. Lo studio riguarda unicamente le elezioni presidenziali e sta ricevendo una certa eco in questa fase di inizio delle ‘primarie’, e di preparazione dei programmi elettorali. Per la prima volta, l’analisi quantitativa a livello nazionale mostra che l’aumento dell’import è associato con una riduzione della percentuale dei voti al Governo in carica e l’aumento dell’export è correlato con un incremento dei voti al partito che esprime il Presidente. Quindi, sotto questo profilo, lo studio convalida ricerche del passato. Tuttavia, la quantizzazione mostra per la prima volta che gli effetti sono vasti e possono incidere sui risultati elettorali.

Inoltre lo studio non esamina solo il livello nazionale ma anche le implicazioni su unità territoriali di dimensioni contenute, le contee (l’equivalente di quelle che erano le nostre Province) e gli Stati dell’Unione. Un risultato importante è la percentuale di chi vota per il Governo in carica è significativa in ‘contee’ dove c’è un’alta concentrazione di industria manifatturiera ed una concentrazione di occupazione molto qualificata impegnata in comparti i cui prodotti e servizi sono oggetto di commercio internazionale. Mentre chi è al Governo corre il rischio di perdere in ‘contee’ e Stati con un’alta concentrazione di lavoratori industriali poco qualificati che temono una maggiore apertura al commercio internazionale.

Perché in Italia, dove pullulano i sondaggi elettorali, non si produce un’analisi analoga a quella della Georgetown University?

Obama, l'export e i voti

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