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La crisi libica è a una svolta decisiva? Parole ripetute in diverse occasioni, come ieri dopo la Conferenza di Roma organizzata dalla diplomazia italiana col sostegno di Washington. Vediamo cosa è stato deciso e le prossime tappe.

CHI C’ERA

Contrariamente alle aspettative della vigilia, all’incontro presieduto da Italia e Stati Uniti erano presenti anche rappresentanti dei due parlamenti libici, Tripoli e Tobruk, altri indipendenti, delle Municipalità, dei partiti politici e della società civile riunitisi a Tunisi il 10 e 11 dicembre. Ventuno le delegazioni che si sono riunite alla Farnesina, tra organizzazioni internazionali e Paesi, per la riunione con il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il segretario di Stato americano John Kerry.

L’INVITO ALLE FAZIONI

Dalla conferenza, scrive Paolo Valentino sul Corriere della Sera, “viene un impegno forte della comunità internazionale a favorire e sostenere in tutti i modi il fragile processo di riconciliazione tra le fazioni libiche, messo in moto grazie alla mediazione dell’Onu. Firmato da ministri e inviati di 17 Paesi e di 4 organizzazioni internazionali, fra cui l’Unione europea e la Lega Araba, il comunicato finale dell’incontro invita tutte le fazioni ad «accettare un immediato cessate il fuoco» e a sottoscrivere l’accordo per un governo di unità nazionale, la cui firma è prevista mercoledì prossimo in Marocco“.

LA ROADMAP

Il 16 dicembre in Marocco – spiega Vincenzo Nigro su Repubblica – le fazioni libiche firmeranno l’accordo per la nascita del nuovo governo proposto dal vecchio mediatore Onu Bernardino León in ottobre“. Un accordo messo temporaneamente da parte dopo la fine turbolenta dell’esperienza del diplomatico spagnolo, accusato di aver favorito per interessi personali una delle parti coinvolte nel complesso scenario libico – Tobruk attraverso la sponda emiratina – ma che ora è stato ripreso dal suo successore, il tedesco Martin Kobler.

IL PIANO

Se il 16 dicembre tutte le fazioni dovessero dare il loro assenso all’intesa, scatterebbe il piano annunciato durante la conferenza finale da Kerry e riassunto in parte nella nota ufficiale. Da allora scatterà il conto alla rovescia di 40 giorni per dar vita a un esecutivo di unità nazionale. In pratica le parti si impegnerebbero a creare entro febbraio, prosegue Valentino del Corriere della Sera, “un consiglio presidenziale, che nominerebbe il governo, i nuovi vertici della banca centrale e dell’ente petrolifero nazionale, avviando intanto il delicato rientro di tutte le istituzioni del Paese a Tripoli, oggi sede della fazione islamista, sostenuta da Qatar e Turchia. Il governo e il Parlamento internazionalmente riconosciuti, che hanno in Egitto ed Emirati Arabi i loro grandi sponsor, siedono invece a Tobruk. L’accordo prevede anche il prolungamento di un anno del mandato parlamentare, con un ulteriore estensione di un altro anno se necessario. Una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu è pronta per l’adozione, non appena l’intesa verrà siglata“.

L’ALTRO ACCORDO

L’intesa raggiunta ieri non va però confusa con quella, parallela, raggiunta a Tunisi il 6 dicembre. A firmarla furono Awad Abdelsadek, vice presidente del Congresso Generale Nazionale di Tripoli, e il parlamentare Ibrahim Amish, rappresentante del Congresso dei Deputati di Tobruk. Grandi assenti furono allora le Nazioni Unite. Questo perché, secondo gli esperti, quell’accordo siglato tra soggetti senza legittimità o autorità particolari, soprattutto nei confronti delle milizie armate, era più un modo di prendere tempo sia per non rompere interessi particolari che si sono cementati in entrambe le parti, sia per prendere le misure al nuovo inviato Onu.

LA MOMENTANEA CONVERGENZA

In Libia, le due macro-fazioni che si contendono il Paese sono sostenute da un lato da Turchia e Qatar e dall’altro da Egitto ed Emirati Arabi Uniti. I primi sostengono il vecchio parlamento, il Gnc; i secondi Tobruk. Questo ha fatto della Libia un campo di battaglia non solo sul piano interno, ma anche tra medie potenze regionali – a loro volta appoggiati dall’esterno – che influenzano il prosieguo della guerra civile. E “il vero fatto nuovo del vertice romano”, nota il quotidiano di Via Solferino, sarebbe proprio che “per la prima volta i grandi «burattinai» della crisi libica — Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Emirati, Egitto… abbiano finalmente preso un impegno concreto a esercitare la loro influenza per convincere anche i loro «protégé» a sottoscrivere l’accordo” Forse, rileva Repubblica, “perché impegnati allo spasmo sul fronte siriano/iracheno”, dove imperversa lo Stato Islamico.

I DUBBI

Il percorso, ad ogni modo, è in salita e pieno di ostacoli. L’intesa, commenta sul Sole 24 Ore Alberto Negri, avrà successo “forse soltanto se le fazioni libiche riterranno l’Isis un pericolo maggiore per i loro traffici del caos in cui è precipitata da oltre due anni l’ex colonia italiana. Un’anarchia che affonda il Paese ma che arricchisce fazioni e tribù con il contrabbando di uomini e di petrolio. È questa la sensazione che si raccoglie nei corridoi della Farnesina al termine della conferenza sulla Libia. Gli Stati Uniti”, aggiunge, “sembrano avere messo tutto il loro peso di superpotenza per sostenere l’accordo… Questa volta non si scherza sembra dire comunità internazionale. Eppure qualche cosa non torna in questa intesa mediata dall’Onu e che prevede anche un cessate il fuoco. La sensazione è che la guerra in Siria con le sue enormi tensioni geopolitiche prevalga su qualunque altro problema e che le potenze coinvolte guardino alla Libia come a una sorta di palestra dove esercitare una politica muscolare”.

Libia, tutti i prossimi passi dopo l'accordo di Roma

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