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Marcello Veneziani è uno dei pochi veri intellettuali di destra in Italia. Come direttore del comitato scientifico della Fondazione An, domani, a Palazzo Ferrajoli a Roma, darà il via a un corso di formazione politica cui parteciperanno 92 studenti. Abbiamo colto l’occasione per discutere con lui dello stato di salute della destra italiana.

Veneziani, all’assemblea della fondazione An ha vinto la mozione di La Russa (che si è alleato con Gasparri) contro quella di Alemanno, lei su che posizione era? Cosa pensa della guerra andata in scena tra gli ex colonnelli?

Non ero presente all’assemblea della Fondazione avendo un ruolo extra moenia, fuori dall’ex An. Ho però auspicato fino alla fine che si trovasse un accordo, perché qualunque tesi avesse vinto spaccando l’assemblea non avrebbe avuto poi la possibilità di realizzare la sua idea. A tale scopo avevo inviato una lettera a tutti i componenti dell’Assemblea per cercare punti comuni operativi al di là delle opzioni di ciascuno. Erano tutti d’accordo, o quasi, poi hanno preferito dividersi nonostante il tentativo di mediazione di La Russa.

Fini e Alemanno vogliono rifondare un nuovo partito a destra. La Meloni dice che basta e avanza Fratelli d’Italia. Lei cosa ne pensa?

L’idea di un movimento che raccolga tutte le destre e soprattutto catalizzi l’area d’opinione attraendo nuove energie e investendo il patrimonio della Fondazione è in teoria un’ottima idea. Ma per farlo, ci vuole la volontà delle componenti ex An oggi sparse e riluttanti, e un leader riconosciuto da tutte. Se non c’è, serve solo a dividere, non a unire.

Fini avrebbe fatto bene a scendere in campo apertamente invece di mandare avanti dei quarantenni sconosciuti ai più?

No, Fini non è più spendibile politicamente, neanche a destra. Solo a nominarlo, le platee di destra reagiscono come spose tradite, amanti deluse. Tutti attribuiscono a lui la principale responsabilità di aver dissipato un patrimonio di consensi che era intorno al 15 per cento e l’aver perso l’occasione di sostituire Berlusconi al momento del suo declino. La sua rottura avvenne fuori tempo. E il suo errore imperdonabile fu che non ruppe solo con Berlusconi ma anche con la sua stessa destra, i suoi temi, i suoi valori, nella pretesa velleitaria di trasformare in consenso il gradimento interessato che proveniva da sinistra. Sbagliare i tempi e rompere con l’alleato principale e con il proprio mondo sono due errori grossolani in politica.

Secondo lei quale deve essere il compito della fondazione An? Come devono essere utilizzate le risorse?

La Fondazione non deve essere solo un museo della memoria di An, anzi deve trovare a mio parere un accordo per ribattezzarsi Fondazione Italia, piuttosto che richiamarsi a un partito morto e anche male. Deve diventare il laboratorio, la serra, in cui far nascere e crescere la nuova destra che verrà, e non so nemmeno se destra sia la parola giusta. Deve formare, selezionare, partecipare ad attività civili e culturale, far capire che esiste un mondo, un’area, un ambiente di idee, uomini, energie vitali.

Lei si appresta a dare il via a una scuola di formazione politica. Perché? Che cosa cercherà di trasmettere a chi partecipa?

Da pochi mesi sono stato chiamato a dirigere il comitato scientifico della fondazione e tra i primi compiti che mi sono prefissi ce ne sono stati due, avviati. Uno è un tour di cento serate in tutta Italia che sto facendo, e che ho chiamato Serata Italiana, in cui porto nei teatri italiani un monologo in forma di comizio d’amore che trae lo spunto dalla Lettera agli italiani, che ho pubblicato con Marsilio. L’altro è la scuola di formazione politica, divisa in quattro indirizzi, che mira a formare i giovani alla cultura politica, alla storia, alla comunicazione e alla pubblica amministrazione. E’ un primo passo per selezionare classi politiche per il domani.

Secondo lei in che stato di salute è la destra italiana?

Se dice sul piano politico-partitico, è in stato gassoso, non esiste come realtà politica incisiva e presente. C’è solo la Meloni che ha conquistato uno straordinario gradimento in tv ma deve trasformarlo in consenso politico elettorale. E per farlo, ha bisogno di far capire agli italiani che non è solo un’efficace opinionista di destra ma ha dietro di sé un mondo, un’area, un insieme di istanze vive.

C’è modo per un soggetto di destra di uscire dalla tenaglia Berlusconi-Salvini? E come?

Il modo è quello di fuoruscire dallo stereotipo trionfante, non solo con Berlusconi e Salvini, ma anche con Renzi e Grillo, del partito del leader e fondare un movimento di idee, opinioni e temi sociali, incardinato nella storia del nostro paese e nella sua vita presente. Un partito di destra avrebbe tutti i requisiti per presentarsi come il partito dello Stato e della Sovranità, della comunità nazionale e della proposta sociale.

Secondo lei chi potrebbe essere il candidato del centrodestra a Roma?

Allo stato attuale mi sembra che l’unica candidatura forte e di grande consenso sarebbe Giorgia Meloni, e servirebbe a farla crescere politicamente e nei consensi, contendendo i voti ai grillini. Poi, certo, viste le esperienze precedenti, meglio augurarsi una gloriosa sconfitta, come accadde nel ’93 a Fini, piuttosto che un’amministrazione di destra. Magari in sede di ballottaggio si può pensare a convergere su altre candidature. Ma il dramma romano, e italiano, è che nell’arco di pochi anni abbiamo bruciato insieme politica e antipolitica, con il fallimento dei tecnici e dei marziani al governo del paese o delle città.

Perché ora tifo Meloni (pure a Roma). Parla Veneziani

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