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Sono lontani i tempi in cui i maitre-à-penser di sinistra accusavano la destra di incultura. Intanto perché quest’ultima, oggi, preferisce attaccarsi da sola con la ben più radicale accusa di inesistenza: vedi Alessandro Giuli, che sul Domenicale del Sole 24 Ore la riduce a un “fantasma”. Ma, soprattutto, perché l’intelligencija destrorsa sembra animare una poderosa offensiva culturale, brandendo l’arma più veltroniana che si possa immaginare: la narrativa. Certo, nessuno dei suoi esponenti può contare sull’arsenale mediatico che permette all’ex sindaco di muoversi con disinvoltura tra ricordi paterni, reminiscenze berlingueriane e filantropia africana, sfornando titoli indefettibilmente preceduti, accompagnati e seguiti da una corale grancassa encomiastica, come “Noi” e “Senza Patricio”.

Qualcosa a destra, però, si ode, anzi è una vera raffica di squilli di tromba. Gli ultimi a darle fiato sono, quasi in contemporanea, Marcello de Angelis con “C’è un cadavere nel mio champagne” edito da Idrovolante (presentato il 17 dicembre al Cinema Rex dell’Aquila) e “Il fascista di fuoco” di Mario Bernardi Guardi (Pagliai editore), racconto storico che affonda le radici nella stessa fine del fascismo. In quello stesso humus, a suo particolarissimo modo, le piantò “Le uova del drago” di Pietrangelo Buttafuoco, unico romanzo e unico autore che abbiano davvero scavalcato gli angusti confini dell’editoria di nicchia e dell’ambiente di origine: il libro, primo di una prestigiosa serie, entrò addirittura da papa al Campiello, uscendone cardinale tra molte voci di discriminazione politica; l’autore si muove agilmente, seppur anch’egli con qualche scia polemica, nel mainstream di Rai, Repubblica, Panorama, Foglio, Fatto, Sole, Mondadori, Bompiani.

Buttafuoco è però un caso a sé: è un “convertito” anche in senso letterale, visto il suo passaggio all’islam sciita col nome di Giafar al-Siqilli. Ma gli altri romanzieri più ancorati al loro imprinting di destra faticano molto a uscire dal “ghetto”, che oggi fortunatamente non erge più muri ideologici ma quelli delle copie misurate a centinaia, delle distribuzioni zoppicanti, delle recensioni promesse che non escono mai: si pensi ad “Appuntamento al Vittoriale” e “Ti parlo al tramonto” di Fabio Torriero (altro convertito, questa volta al cattolicesimo), ad Aldo di Lello che alla sua dichiarata “Anima destra” ha dato il titolo del romanzo uscito per Mursia, fino ai vari tomi di Gabriele Marconi, l’ultimo dei quali, “Ritorno alla terra desolata”, è un poema uscito per Idrovolante.

Vanno aggiunti al novero dello storytelling di destra almeno alcuni altri nomi: i torinesi Giorgio Ballario, prolifico giallista che fa muovere il suo maggiore Morosini nell’Africa orientale italiana, e Augusto Grandi con “Razz”; Manuel Fondato con il recentissimo “Il sonno della ragione” e “Il male sulle scarpe” di Camillo Scoyni; un altro Camillo, Langone, principiò la sua eclettica carriera di scrittore con l’esilarante “Scambio coppie con uso di cucina”, ma eravamo ancora nel secolo scorso.

La compagine è variegata, sia come appartenenze e precedenti politici, sia come genere letterario. Da un lato parrebbe che questa destra desaparecida sul piano politico cerchi di indirizzarsi, forse come via di fuga o di esodo, sul sentiero della fiction. D’altro canto, però, mantiene un’evidente passione per il Ventennio e per il suo epilogo, nonché per i vituperati “anni di piombo” che cementarono l’identità dell’allora fascisteria. Angelo Mellone, dirigente Rai in quota a suo tempo finiana e altro saggista prolifico, ha dato alle stampe con Baldini e Castoldi il romanzo cui lavorava da tempo, “Nessuna croce manca”: protagonisti, manco a dirlo, quattro amici della sezione missina.

L'offensiva (veltroniana) degli intellettuali di destra

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