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Sono passati troppi anni – dal 2008 ad oggi – e il calvario di Ottaviano Del Turco, oggi raccontato da Pierluigi Battista sul Corriere, se pur a pag. 43 e un po’ defilato, rende giustizia ad un galantuomo e punta il dito – finalmente! – sullo strapotere delle procure. Certo, non di tutte, ma sicuramente di quella dell’Aquila che, prima per bocca di Ettore Picardi e poi di Nicola Trifuoggi – procuratore generale di Pescara -, reiteratamente accusò Ottaviano Del Turco di aver intascato una tangente dall’allora imprenditore della sanità Vincenzo Angelini nell’ambito di una inchiesta che coinvolse tutta la giunta regionale di cui Turco era governatore. Picardi accusò Ottaviano di corruzione con parole durissime in una conferenza stampa spettacolare nella quale affermò che aveva “prove schiaccianti”. Dopo anni e diversi rinvii , l’impianto accusatorio basato sulle affermazioni di Angelini – un personaggio poi riconosciuto colpevole di aver provocato il crac di Case di Cura – è crollato per mancanza di prove. Il “re delle cliniche private” è stato recentemente condannato a 10 anni per aver fatto fallire Villa Pini di Chieti con un debito di 300 milioni di euro e, in seguito, è stato il personaggio chiave del processo sulla Sanitopoli Abruzzese.

Furono proprio le sue confessioni a far esplodere, nel luglio del 2008, il terremoto politico giudiziario che portò all’arresto del Governatore Del Turco, di consiglieri, di assessori regionali, di manager pubblici e in seguito allo scioglimento dello stesso Consiglio regionale. Erano state promesse una valanga di prove schiaccianti, ma nel corso delle indagini e del processo di primo grado, queste non furono mai trovate come parimenti le somme di dubbia provenienza nei conti di Del Turco, passati al setaccio come i suoi immobili e i suoi movimenti finanziari. Nulla. E però il Pm Picardi insiste: “Le accuse restano credibili per il complesso delle testimonianze di Angelini, della sua segretaria e del suo autista”, oltre che per alcune sfocate e indefinibili fotografie. Picardi ha detto anche che a suo giudizio la pena inflitta a Del Turco è eccessivamente sproporzionata e ha chiesto di ridurla di tre anni per un totale di sei anni e mezzo di reclusione. Il procuratore Picardi ha infatti sottolineato: “Ritengo che non si possa aderire in pieno a quelle che sono state le valutazioni dei colleghi che hanno richiesto le condanne e di quelli che hanno effettuato le decisioni di primo grado. Ci sarà quindi una diminuzione della pena, in quanto più in linea con i precedenti giudiziari. Bisogna tenere conto della pena giusta e non di quella spettacolarmente esemplare, secondo il mio modo di vedere”. Spettacolo, appunto. Una pena giusta? Ma quale pena giusta se non ci sono prove attendibili? Accanto allo scandalo della sentenza che ha condannato Del Turco, ce ne fu e ce n’è tutt’ora un altro ben più grave: quello di un vile silenzio. Tacciono su questa incredibile vicenda il Pd, di cui Del Turco è stato tra i fondatori, e la Cgil dove egli ha trascorso metà della vita. Tacciono tutti, tra i quali Guglielmo Epifani che a Del Turco deve gran parte della sua carriera e che siede ora sugli scranni della Presidenza della Commissione Affari produttivi della Camera. Solo l’amico di sempre, Giuliano Cazzola, insieme a Lella Golfo, lo andarono a  trovare in cella umiliato e ferito; io ho sempre creduto che Ottaviano fosse totalmente estraneo e vittima di una vigliaccheria politica e forcaiola opportunista. Mi auguro che il giudizio in Appello faccia giustizia vera: a Ottaviano, comunque, chi ridarà questi anni di gogna a lui inflitti?

Forza Ottaviano, siamo con te e ti vogliamo bene!

Del Turco

Dalla parte di Ottaviano Del Turco (allora e oggi)

Sono passati troppi anni - dal 2008 ad oggi - e il calvario di Ottaviano Del Turco, oggi raccontato da Pierluigi Battista sul Corriere, se pur a pag. 43 e un po’ defilato, rende giustizia ad un galantuomo e punta il dito – finalmente! - sullo strapotere delle procure. Certo, non di tutte, ma sicuramente di quella dell’Aquila che, prima per bocca…

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