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La mancata concessione di flessibilità a Italia, Francia e Spagna implicherebbe la necessità di robuste manovre correttive, con effetti sensibili sulla crescita (e sul consenso). Dunque, la partita si giocherà su tre fronti:

1) la possibilità per i Paesi in questione di appellarsi a specifiche clausole del Patto di Stabilità e Crescita: da questo punto di vista, l’Italia appare come la candidata che sembra avere le maggiori carte in regola e l’unica ad aver chiesto esplicitamente il ricorso alla clausola delle riforme (per uno 0,1% di PIL aggiuntivo rispetto allo 0,4% già concesso ad aprile), degli investimenti (per uno 0,3%) e dei migranti (uno 0,2% aggiuntivo, che per il momento non è stato incluso nella versione-base della Legge di Stabilità ma che ne amplificherebbe l’impianto espansivo); proprio su quest’ultima clausola, che sembrava quella più difficile da ottenere per l’Italia, sono giunte recentemente delle aperture dalla Commissione (che pure ha specificato che verrà deciso caso per caso e che il Paese dovrà dimostrare di aver sopportato i costi relativi);

2) la “qualità” della manovra; alcune misure proposte nelle Leggi di stabilità di Italia e Francia non vanno nella direzione indicata dalle raccomandazioni della Commissione (ad esempio in Italia la decisione di tagliare l’imposta sulla prima casa); l’unico Paese sul cui budget 2016 la Commissione ha già espresso una opinione “ufficiale” è la Spagna, per la quale non c’è stata una bocciatura tout-court ma diversi rilievi critici, che rendono il budget a rischio di “non compliance” delle regole del Patto:

a. lo stesso livello di partenza del deficit è diverso: la Commissione stima un deficit 2015 al 4,5% del PIL (contro il 4,2% stimato dal Governo);

b. le previsioni di crescita per il 2016 sono relativamente ottimistiche (il Governo assume un 3% contro il 2,6% della Commissione, che sottolinea i rischi derivanti dal rallentamento di alcuni Paesi emergenti, in particolare dell’America Latina);

c. il Governo propone nel budget 2016 un saldo strutturale invariato rispetto all’anno precedente, mentre la Commissione stima un peggioramento di due decimi (su livelli ben peggiori); la differenza è dovuta principalmente a una differente classificazione delle misure one-off;

d. il budget non contiene il dettaglio sulle misure proposte per i governi regionali, sulla cui spesa pendono i maggiori rischi di “sforamento”;

e. secondo la Commissione nel budget il Governo non ha tenuto conto in misura sufficiente dei rischi di sforamento sulla spesa (regionale e in materia di pubblico impiego), nonché dell’impatto negativo sulla crescita di alcuni aumenti di entrate; secondo la Commissione i rischi di implementazione su molte delle misure discrezionali proposte sono tali da rendere credibile un impatto pari alla metà di quello “facciale” proposto dal Governo (0,25% contro 0,5% nel 2015, impatto “marginale” contro lo 0,25% stimato dall’esecutivo nel 2016);

3) considerazioni di “opportunità” politica, che non è escluso possano avere un ruolo importante nel determinare la decisione finale della Commissione: le Autorità europee dovranno fare i conti con il rischio che l’imposizione delle regole fiscali destabilizzi l’assetto politico dell’Unione, con conseguenze di lungo termine ben peggiori rispetto a una temporanea deviazione dal sentiero programmato di correzione fiscale. Una rivoluzione è già avvenuta in Grecia e Portogallo, il Governo finlandese è sull’orlo di una crisi, a dicembre si voterà in Spagna e nella primavera 2016 in Italia si terrà una serie di elezioni amministrative importanti per il Governo (che è in calo nei sondaggi). Nel caso spagnolo, la richiesta di modifiche alla Legge di Stabilità è rimandata al Governo che uscirà dalle prossime elezioni del 20 dicembre. Nel caso sia italiano che francese, il rischio è che la mancata concessione di flessibilità possa favorire i partiti populisti e anti-euro.

Il giudizio della Commissione (atteso mercoledì prossimo) potrebbe contenere anche per Francia e Italia diverse osservazioni critiche, in relazione sia al fatto che gli obiettivi concordati in sede europea appaiono chiaramente disattesi, sia al merito delle misure proposte nei budget 2016. Tuttavia, difficilmente si arriverà a una bocciatura vera e propria. Il tutto potrebbe essere rimandato al round di primavera con il reassessment degli obiettivi fiscali in sede di Programmi di Stabilità 2016. In quella sede, in relazione a uno scenario sulla crescita sperabilmente rafforzato (e in assenza di evoluzioni troppo avverse sul fronte del consenso dei partiti anti-sistema), la Commissione potrebbe essere meno flessibile e pretendere una correzione di entità adeguata per il 2017.

In altri termini, la linea della “flessibilità” sembra poter prevalere per ora; tuttavia, sembra imprescindibile che l’aggiustamento fiscale sia perseguito con le Leggi di Stabilità del prossimo anno, pena la messa a rischio della credibilità stessa delle regole europee. L’aggiustamento necessario dal 2017 rischia di essere di entità significativa (specie per l’Italia dove oltre alla correzione “facciale” occorrerà coprire la restante parte delle “clausole di salvaguardia”). Gioveranno ma non saranno sufficienti i risparmi dalla spesa per interessi, su cui rispetto alle stime sia governative che della Commissione vi sono a nostro avviso margini significativi.

Ecco gli effetti della flessibilità Ue sui conti per l'Italia

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