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La definizione più giusta secondo me l’ha data Papa Francesco qualche tempo fa quando ha parlato di terza guerra mondiale a pezzetti”. Risponde così Fabrizio Cicchitto alla domanda che in molti, quasi tutti, si stanno facendo: se – con gli attentati di Parigi – sia iniziata una vera e propria guerra che possa definirsi mondiale. In una conversazione con Formiche.net, il presidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera ed esponente del Nuovo Centrodestra si dice convinto che quella in corso sia “una guerra mondiale, asimmetrica e atipica rispetto a quelle tradizionali. Una guerra che si sta svolgendo con varie modalità in Afghanistan, Siria, Iraq e Libia e poi anche sotto forma di attacchi terroristici, come è accaduto in Egitto, in Tunisia e anche ieri in Francia”.

In quello che sta accadendo, la religione che ruolo gioca?

Non è una guerra di religione di tutto l’Islam contro l’occidente e il Cristianesimo. E’ la guerra di una parte di Islam contro un altro pezzo di Islam e, contemporaneamente, contro l’Occidente e chiunque intervenga nell’area geografica che a loro interessa di più, quella siriano-irachena.

Quali sono gli obiettivi del califfato?

L’Isis è un terrorismo che si fa esercito e che ha costituito il suo Stato tra Iraq e Siria. Il suo obiettivo è che in quell’area geografica ci sia una risposta militare il cui profilo sia il più basso possibile. Di conseguenza, a ogni Stato che intervenga in quello scenario da loro ritenuto fondamentale, rispondono portando la guerra nel campo avverso. Basta guardare gli ultimi fatti. Hanno mandato i kamikaze contro un quartiere degli Hezbollah in Libano perché gli Hezbollah sono schierati in Siria a favore di Assad. Hanno fatto cadere un aereo russo perché la Russia è intervenuta in Siria. E lo stesso vale per gli attacchi di ieri a Parigi.

L’Occidente ha tenuto finora un atteggiamento troppo passivo?

Bisogna capire cosa si intende per passività. Occorre un coordinamento generale tra tutte le forze in campo che coinvolga anche gli Stati islamici. L’errore più grande che si può fare, è di interpretarla come una guerra di religione. Ci sono stati attentati anche in Egitto e Tunisia, per non parlare di quello che avviene in Iraq e in Siria. Lo ripeto, si tratta di una guerra di un pezzo di Islam contro un altro pezzo di Islam. Questo non va mai dimenticato.

Ma che cosa si deve concretamente fare contro l’Isis?

L’intervento militare ci deve essere ma in modo coordinato e generale. In secondo luogo, va fatta una politica rispetto ai sunniti per smontare l’Isis che rappresentata una risposta perversa a un problema complesso. In Iraq si è passati da una tradizionale egemonia sunnita sugli sciiti a un rovesciamento totale anche per alcuni errori commessi dagli Stati Uniti.

Questo intervento come dovrebbe essere articolato?

Oggi l’Isis è fatto di più componenti. Una molto rilevante composta da fanatici e un’altra di professionisti che vengono dall’esercito di Saddam Hussein. Infine ci sono le tribù sunnite che non accettano la prepotenza sciita sopravvenuta in Iraq. Bisogna smontare in via politica questo tipo di coalizione che sta dentro l’Isis, oltre che dargli una risposta sul piano militare. Le due cose devono andare insieme.

Questa risposta militare dovrebbe includere anche l’invio di truppe di terra in Siria e in Iraq?

Gli interventi militari più penetranti devono essere generalizzati ma si commette un errore se si pensa che, intervenendo da terra, cessi automaticamente il terrorismo. Anzi, a sua volta l’Isis reagirà. Se l’intervento militare è fatto solo da uno o due Stati, ecco che accade quello che sta succedendo adesso.

Oggi abbiamo a disposizione gli strumenti adatti per combattere i jihadisti?

E’ una partita che si gioca tutta sul terreno preventivo, quello dei servizi segreti e della tecnologia. L’Isis si avvale dei kamikaze ed è ovviamente una grave complicazione. O li fermi prima oppure i danni possono essere molto rilevanti.

I fondi che destiniamo alle attività di intelligence e di sicurezza sono sufficienti?

Le risorse che investiamo sull’intelligence e i servizi a mio avviso bastano. Casomai, abbiamo un problema che riguarda i fondi per l’esercito e le forze di polizia. Chi sostiene questa tesi, però, poi non deve dire che non bisogna toccare altre voci di spesa pubblica. Bisogna sempre far tornare i conti, altrimenti è solo demagogia.

A Parigi secondo lei cosa non ha funzionato?

A Parigi quello che non ha funzionato è l’attività preventiva. Il problema è non arrivare a quel punto. Mi rendo conto che sia più facile a dirsi che a farsi ma il nodo è questo. Quando poi scendono in campo nuclei armati che mettono in conto di perdere la vita e che attaccano uno stadio, un teatro o un ristorante, i danni sono sicuri.

Anche l’Italia è nel mirino dell’Isis?

Sostenerlo a priori è sbagliato perché la situazione è del tutto imprevedibile. Allo stato attuale l’Italia è in una zona grigia. Il pericolo vero lo vedo in connessione con il Giubileo. Quello sarà il nostro momento di maggior pericolo.

A proposito del Giubileo, alcuni osservatori propongono di rimandarlo o annullarlo. Che ne pensa?

Una riflessione andrebbe fatta secondo me. Il Papa ha detto giustamente che siamo di fronte alla terza guerra mondiale a pezzetti. Quindi, bisogna riflettere su ogni iniziativa per evitare di offrire un bersaglio a questa guerra asimmetrica. Mi esprimo molto cautamente, però una riflessione sul Giubileo insieme alla Chiesa andrebbe aperta. Mi fermo qui. Il problema c’è. Visto quello che sta accadendo, è sbagliato darlo per scontato.

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