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Le Poste italiane vanno in Borsa. Nell’attesa che le azioni inizieranno a essere trattate su Mta a partire da martedì 27 ottobre, ecco come è nata e come si è sviluppata questa Ipo tanto attesa.

I DETTAGLI DELLA OPV

La vendita delle azioni è iniziata il 12 ottobre e si è conclusa il 22: dieci giorni di Offerta pubblica di vendita (Opv) durante la quale è stato venduto il 38,2% del capitale, il 70% a investitori istituzionali e il resto al pubblico indistinto. La forchetta di prezzo era stata fissata tra 6 e i 7,5 euro e il lotto minimo in 500 azioni. Previsto il bonus di un’azione ogni venti per chi le detiene in portafoglio per almeno un anno.

OLTRE 3 MILIARDI PER RIDURRE IL DEBITO

A cedere le azioni è stato il ministero dell’Economia, che quindi è sceso dal 100% al 61,8% e, poiché il prezzo di vendita finale si è attestato a 6,75 euro, ha incassato 3,3 miliardi di euro. I proventi, ha riferito il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, saranno interamente destinati alla riduzione del debito pubblico.

I NUOVI PROPRIETARI DELLE POSTE

Secondo fonti vicine al dossier tra i nuovi azionisti figurano i fondi sovrani cinesi China Investiment Corporation (Cic) e Safe (State Administration of Foreign Exchange), il Kuwait Investment Office e Norges Bank, tutti comunque con una soglia inferiore al limite rilevante del 2%. Grande richiesta da parte della finanza Usa che ama l’Italia, da Blackrock a George Soros.

BACK TO THE ’90IES

Ma perché tanto clamore? Intanto perché dopo lo stop alle Ipo di un anno e mezzo fa quando praticamente tutte le società in pipeline avevano tirati i remi in barca visto il vento improvvisamente contrario sui mercati, si tratta della prima grande quotazione sul listino principale di Borsa italiana. “Che riporta alla mente – scrivono in una nota gli analisti del team di MoneyFarm – le grandi privatizzazioni degli anni ’90, quando Eni e Enel furono privatizzate, e lo Stato portò sul mercato molte delle sue partecipate per cedere una minoranza e diminuire il suo indebitamento. Secondo la parole del Primo Ministro, la quotazione di Poste è il primo passo di una nuova ondata di privatizzazioni che porterà sul mercato anche la società per il controllo del traffico aereo, Enav, e la rete ferroviaria, tramite la quotazione di Trenitalia”.

I NUMERI DELLE POSTE

In Borsa Poste è arrivata con un fatturato 2014 di 28,5 miliardi di euro, un ebitda di 1,4 miliardi e un ebit di 691 milioni. Ma è molto di più di una società che consegna lettere. “I numeri di Poste – continuano da Moneyfarm – sono guidati dalla rete capillare di sportelli (oltre 13000 ovvero 1,6 per ogni comune italiano!) e dallo sviluppo dell’offerta di servizi finanziari tramite BancoPoste. Inoltre con il recente acquisto del 10% di Anima, la società ha ulteriormente cementato il suo interesse verso l’industria del risparmio gestito. Pur curiosamente non essendo una banca (ha una legislazione ad-hoc fuori dal TUB) la società è attiva in quasi tutti i settori del banking escluso mutui e prestiti come mobile banking e delle rimesse dei migranti”.

UN BUON INVESTIMENTO?

Poste Italiane non è certo la prima compagnia nazionale di spedizioni a quotarsi: Germania e Olanda già dalla fine degli anni ’90 hanno esperito la quotazione delle società postali; in Austria l’Ipo delle Poste è avvenuta nel 2006, poi dal 2013 è stata la volta di Belgio, Portogallo e Inghilterra. Dunque chi ha aderito alla campagna ne uscirà vincente? Non tutti ne sono sicuri. Ed è proprio la natura di conglomerato a sollevare i primi dubbi. “Poste italiane arriva in Borsa con una struttura un po’ minestrone – scrive su lavoce.info Carlo Scarpa, professore ordinario di Economia Politica presso l’Università di Brescia – L’abc della finanza ti dice che, se vuoi veramente valorizzare un tuo asset, conviene prima separare le diverse linee di business e poi venderle, in modo che chi sia interessato alla banca compri la banca e non altro, e così via”.

UN OCCHIO DI RIGUARDO

Ma le Poste non lo hanno fatto perché l’offerta finanziaria e telefonica perderebbe mordente senza la presenza capillare degli uffici postali (e non potrebbe competere nel libero mercato) e d’altrocanto senza questi servizi emergerebbe “l’insostenibilità del core business”, continua Scarpa che segnala anche come Parlamento e Agcom abbiano approvato provvedimenti ad hoc per proteggere il monopolio delle Poste, il primo rinviando a metà 2017 la liberalizzazione degli atti giudiziari e salvando una grossa fetta di incassi alla nostra. La seconda allargando “il perimetro del servizio universale con il nuovo servizio posta prioritaria premium, che di fatto rappresenta una sovrapposizione con il servizio di corriere espresso”.

UN ERRORE GRAVISSIMO?

E a parte tutte queste anomalie sull’Ipo dell’anno, a mettere il carico da novanta è stato infine Corrado Passera, che corre per diventare sindaco di Milano con il suo partito Italia Unica e che è stato numero uno in passato della prossima matricola. Per Passera la quotazione è “un errore gravissimo”. “Non si può trasformare un’infrastruttura sociale in un’azienda orientata al profitto – ha detto – sono favorevole alla privatizzazione di quasi tutte le 10mila partecipate pubbliche, ma svendere un’azienda che ha il più grande sistema logistico italiano, la più grande rete retail, la  più grande compagnia assicurativa sulla vita, un patrimonio immobiliare sterminato, a un valore bassissimo resta un errore gravissimo”.

L'Ipo di Poste Italiane ai raggi X

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