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Le conclusioni della relazione 2014 dell’OCSE, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, parlano chiaro: le donne non solo influenzano il mercato, sono il mercato. La Relazione “The Female Economy”, pubblicata in questi giorni, deve far riflettere il sistema economico internazionale, ma soprattutto noi italiani. Secondo la Harvard Business Review, le donne, in realtà, rappresentano un mercato in crescita più grande di Cina e India messe insieme, più di due volte più grande, in realtà. Dato che l’83% delle decisioni di acquisto sono fatte da donne, sarebbe sciocco ignorare questa favolosa opportunità per la crescita futura.

Eppure, la maggior parte delle donne ritiene che i prodotti e servizi che vengono offerti non siano all’altezza delle loro aspettative. I settori peggiori sono quelli finanziario e sanitario, dove il 91% delle donne si sente incompreso dalle campagne pubblicitarie. La ragione è semplice: l’industria della pubblicità è dominata dagli uomini. Nelle agenzie di pubblicità, gli uomini rappresentano il 90% dei direttori artistici e solo un terzo di creativi sono donne (dati Usa, perché non ci sono dati ancora per l’Europa). Le donne sono il mercato, ma sono trattate come se fossero solo un mercato di nicchia. Le norme utilizzate nel marketing sono norme maschili, dice l’OCSE. Un caso esemplare: il modo in cui le donne sono ritratte nella pubblicità, nella progettazione dei prodotti: donne perlopiù molto svestite e magrissime, il nero fortemente carico di sensualità domina il loro abbigliamento, mentre è appurato che le donne preferiscono colori vivaci e forme rotonde, ma non volgari. Le donne che interessano il marketing sono “casalinghe sotto i 50”, ma in 8 coppie su 10 entrambi i partner lavorano e, non appena una donna supera i 50 anni, non esiste per il marketing, se non quello della pura assistenza alla disabilità (assorbenti, adesivi per dentiere, eccetera). Un dato su cui riflettere è che le donne stanno entrando sempre più nel mercato del lavoro: più donne sono occupate sia nelle piccole imprese sia in grandi aziende multinazionali. Aggiunto al loro potere di consumatori, questo è un ulteriore fattore che porta al crescente impatto delle donne nel mondo degli affari. Questo è ciò che intendiamo per “The Female Economy”. L’OCSE stima che, se il tasso di partecipazione delle donne all’economia fosse identico a quello degli uomini, il Pil aumenterebbe del 16% in 10 anni. Inoltre, dal punto di vista microeconomico, gli studi dimostrano che le aziende con più equilibrio di genere nei ruoli decisionali senior hanno indicatori di performance migliori. Nei Paesi nordici, ora c’è una correlazione positiva tra il tasso di partecipazione delle donne alla forza lavoro e il tasso di natalità. Questo suggerisce che più una donna lavora e più figli ha. Si tratta di un circolo virtuoso che aumenta ulteriormente l’impatto del lavoro femminile per l’economia. In controtendenza è l’Italia, dove dai dati Istat sappiamo che la realtà è assai diversa: purtroppo sono sempre di più le italiane che rinunciano al lavoro per la maternità, donne che rinunciano alla maternità per il lavoro. Da qualsiasi punto la si guardi, la condizione delle donne “fertili” in Italia è sempre più difficile. Tasso di natalità tra i più bassi del mondo occidentale, tasso di occupazione femminile ugualmente fra i più bassi e che continua a scendere, come confermano gli ultimi dati dell’Istat (siamo arrivati al 46,4%).

L’OCSE ci pone alcune domande alle quali siamo chiamati a rispondere e velocemente: se le donne hanno un forte impatto sull’economia in termini di lavoro e di consumo, perché non agiamo coerentemente per sostenere questa occupabilità femminile che chiede di entrare e rimanere sul mercato del lavoro?
Per esempio, la Francia è in procinto di unirsi ai Paesi nordici al circolo virtuoso tra il lavoro delle donne e il tasso di natalità. Che dire del resto d’Europa? E di noi italiani?
Le recenti disposizioni di tagli alla spesa pubblica colpiscono le donne più degli uomini e impediscono loro di lavorare come vorrebbero. Abbiamo analizzato – e analizziamo oggi con la Legge di Stabilità – queste decisioni dal punto di vista di genere e del loro impatto macroeconomico?
Se le donne sono disponibili a investire di più nel lavoro retribuito e regolare, gli uomini hanno bisogno di condividere di più l’onere del lavoro non retribuito, che attualmente è all’80% gestito da donne. Gli uomini sono davvero pronti a essere i migliori alleati delle donne in questo?

A parole sembrerebbe che, a causa del chiaro posizionamento dell’Unione Europea, la parità di genere sia oggi un argomento chiave degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Inoltre, è stato adottato un nuovo quadro per il lavoro dell’Unione europea nei Paesi partner con particolare attenzione alla parità di genere e l’empowerment delle donne. La Commissione giustizia e lavoro ha pubblicato una sua road map nel mese di settembre: un nuovo quadro per le attività dell’Ue per il periodo tra il 2016 e il 2020, che è stato adottato non solo dalla Commissione europea ma anche dal Servizio europeo di azione esterna.

Lo scopo è quello di promuovere valori fondamentali quali la parità di genere nei Paesi partner e sostenerli nel compiere progressi in questo campo. Questo supporto include la lotta alla violenza contro le donne e le ragazze, consentendo loro di intraprendere azioni in materia di partecipazione civica e, naturalmente, di partecipazione al lavoro. Inoltre, gli Obiettivi di nuova adozione su Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, tra cui la parità di genere, dovrebbero essere concentrati sul nuovo quadro, che considera successi e fallimenti del Piano di azione nello sviluppo 2010-2015  e che dovrebbe andare oltre le promesse e le parole, ma intraprendere azioni e verificare risultati più o meno raggiunti, facendo un resoconto leale e concreto. Esso si applicherà a partire dal 2016, se gli organi competenti del Consiglio saranno d’accordo e questo sarà il passo da conquistare, poiché il dubbio concreto è che sia il Consiglio dei Ministri europei sia il Parlamento non aderiscano alle proposte della Commissione. Peraltro, ci sono delle novità da tenere in considerazione. Il finanziamento del quadro è assicurato da numerosi strumenti di azione esterna dell’Ue e modalità di aiuto. Il miglioramento dei diritti delle donne e delle ragazze è già finanziato con circa 100 milioni di euro. Il campo della parità di genere sarà finanziato attraverso altri settori della cooperazione allo sviluppo. L’Unione europea e i suoi Stati membri si devono concretamente impegnare, e subito, in materia di protezione e di “realizzazione” delle ragazze e dei diritti delle donne. Noi, in Italia, dobbiamo saper cogliere questa opportunità per schiodarci da quel 46,4% di occupazione femminile, se vogliamo essere competitivi, smettendo di impegnare le poche risorse che abbiamo in azioni disaggregate tra la Presidenza del Consiglio, un Dipartimento che non si occupa di pari opportunità e un Ministero del Lavoro che ha tagliato risorse, competenze e cervelli per le politiche attive a favore dell’occupabilità femminile. Dimenticando così tutto quel patrimonio a contrasto delle discriminazioni che, negli ultimi sette anni, avevamo acquisito soprattutto posizionando la nostra azione sulle politiche attive.

Donne e lavoro in Italia, che cosa dice l'Ocse

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