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Nel giorno in cui gli investigatori hanno rivelato alla Reuters che la coppia di attentatori che hanno ucciso 14 persone in un centro disabili di San Bernardino (i coniugi Tashfeen Malik e il marito Syed Rizwan Farook) avevano preparato l’arsenale per progettare attacchi multipli sul suolo americano, Barack Obama ha tenuto un importante discorso alla Nazione sul terrorismo, scegliendo come set lo Studio Ovale (prima di ieri, solo in due occasioni aveva parlato da lì: l’incidente della BP che provocò il mostruoso versamento di petrolio nel golfo del Messico nell’estate del 2010 e il ritiro delle truppe dall’Iraq qualche mese più tardi, un caposaldo della dottrina obamiana).

IL DISCORSO

Parlando, di domenica (giorno non casuale per raggiunger un largo pubblico: prima solo l’uccisione di Bin Laden era stata comunicata di domenica), per 14 minuti (pare che all’ultimo il discorso sia stato accorciato, forse per renderlo più incisivo e sintetico), Obama non ha cercato filtri mediatici, ma ha puntato su un messaggio ampio, utilizzando un linguaggio chiaro. Uno speech per rassicurare, placare gli animi, come un discorso alla nazione deve essere, niente notizie e annunci da breaking news su novità strategiche contro l’Isis (chi si aspettava una reazione del genere “inviamo truppe di terra contro il Califfato”, può rimandare il proprio giubilo: «Farebbe il gioco dell’Isis» ha detto Obama).

I temi. Spiegare la strategia per combattere l’Isis e quella con cui l’Isis attecchisce, cioè avvisare della forte propaganda con cui si diffonde nei Paesi occidentali (e l’America non ne è immune); parlare di tolleranza religiosa e rassicurare i propri cittadini, calcando la mano sul fatto che gli Stati Uniti sono e saranno il luogo della libertà e dell’apertura («La libertà è più forte della paura», dice Obama: aspetto necessario dopo che diversi media avevano fatto notare come vicende simili a quelle di San Bernardino, stanno facilitando la diffusione della xenofobia contro i musulmani). Questi i temi del discorso, che secondo molti critici è stato “moscio”, in testa i repubblicani in lizza per la presidenza, Jeb Bush e Donald Trump (che in un tweet ha scritto «Tutto qui? Abbiamo bisogno di un nuovo presidente ─ FAST») e poi il solito senatore John McCain e Paul Ryan, lo speaker della Camera; per diversi analisti invece, è stato difensivo, più che altro incentrato sulla difesa della propria strategia. La gravità del fatto avvenuto in California, su cui Obama ha detto che si intravede un cambio di strategia dell’Isis (gli atti terroristici all’estero), ha sollevato gli animi in America, tanto che il New York Times sabato ha messo l’editoriale sul tema in prima pagina; non succedeva dai tempi di Hitler.

I punti principali. Obama ha spiegato che la strategia per combattere il Califfato, al momento, resterà la stessa: raid aerei, forze speciali a terra per dirigere “i nostri boots on the ground” (cioè i curdi, iracheni e siriani, e alcune fazioni di combattenti arabi); incisiva una parola «distruggeremo» l’Isis, che sostituisce quel “degradare” che si è portato dietro molte polemiche in questi mesi, segno, per molti osservatori, di una strategia troppo soft contro lo Stato islamico. Obama ha anche parlato degli alleati, in particolare della Turchia, invitata a sigillare la lunga linea di confine che la separa da Siria e Iraq, luogo spesso finita al centro delle polemiche che accusano Recep Tayyp Erdogan di non fare abbastanza per fermare i rifornimenti all’Isis. Il Prez ha anche parlato della volontà di ricercare una soluzione politica , e sotto quest’ottica anche la Russia appare citabile tra quelli considerati “alleati” (all’Onu, tra una decina di giorni, si discuterà di una importante risoluzione che americani e russi stanno studiando assieme per distruggere le finanze del Califfo). Poi la politica interna: “non vogliamo una guerra tra Usa e Islam”, ma i leader musulmani devono agire: e  ancora il passaggio sulle armi (atteso, ovvio), chiedendo al Congresso di autorizzare le operazioni contro lo Stato islamico, Obama ha cercato di mostrare il proprio lato militaresco per fare da scudo alla richiesta di creare misure più strette sul controllo delle armi. Interessante la definizione della strage di Fort Hood in Texas (dove un killer di origini islamiche ha ucciso 13 persone in una base dei Marines): un atto di terrorismo, anche se gli elementi di collegamento con il mondo jihadista sono un aspetto passato un po’ in secondo piano rispetto ai problemi di lavoro (pare che l’attentatore, però, fosse ispirato da un famosi imam qaedista americano/yemenita).

SAN BERNARDINO, UN CASO SIMBOLO

Non sono ancora chiari molti dei dettagli dietro al collegamento tra la coppia di attentatori della cittadina californiani e lo Stato islamico, e questo aspetto è stato ribadito anche dalle parole del presidente, che ha però spiegato che l’Fbi indaga comunque per un atto terroristico. Dall’Isis sono arrivati comunque messaggi di rivendicazione: in uno di questi i due coniugi sono stati definiti seguaci, e dunque si pensa che lo Stato islamico, come minimo, abbia ispirato l’attacco; da capire, invece, dettagli dietro a un collegamento più stretto, che magari potrebbe aver comportato una direzione.

Questioni personali e ideologia. L’America è in un guaio serio, perché gli attacchi di San Bernardino dimostrano che la sovrapposizione di questioni personali (Farook aveva problemi con i colleghi sul posto di lavoro), possono sommarsi alla motivazione politica-ideologica. Un dualismo difficile da individuare (mesi fa, in luglio, anche il killer di Chattanooga che uccise cinque Marines riservisti, aveva un profilo analogo). Questo genere di soggetti, mostra dei punti in comune: vita riservata e pochi contatti/amici; la casa che funziona da base silenziosa per una lunga pianificazione; acquisto legale di armi e munizioni; scelta dei bersagli facili da colpire, come il posto di lavoro, che conoscono e sanno di poter massimizzare l’effetto; sanno usare le armi perché si addestrano personalmente; distruggono le “tracce digitali” che li legano, in vario modo, al mondo jihadista.

Un mondo complesso. A questi percorsi di radicalizzazione personali, si aggiungono sovrastrutture dove guide spirituali fanno da referenti in America, favorendo i collegamenti diretti oltre alla diffusione della propaganda online. Come spiega un importante report della George Washington University sulla presenza dell’Isis negli Stati Uniti, si tratta di una realtà diffusa e complessa: talvolta coltivata solo via internet, altre volte fatta di micro-cellule definite “cluster” dove soggetti inclini al radicalismo si incontrano, si auto infervorano, si organizzano, poi colpiscono.

 (Foto: CBS screenshot)

 

Obama ha parlato dell'Isis agli americani

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