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Incuriosito, e un po’ anche allarmato, dall’insolito scetticismo dell’amico Massimo Bordin, che nella quotidiana e sempre imperdibile rassegna stampa radicale di Stampa e regime non vi aveva trovato nulla di veramente nuovo ed esplosivo, sono andato a rileggermi la lunga intervista di Giacomo Amadori all’ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia, pubblicata lunedì da Libero su due pagine intere, più mezza della prima. Cui – lo confesso – avevo dato a prima vista solo una rapida scorsa, come anche Bordin, per sua stessa ammissione. Capita quando si deve stare sul pezzo, come si dice in gergo giornalistico.

Ebbene, sono di uno sconcerto e di una gravità superiori alle prime impressioni le cose dette, o minacciate, o insinuate da Ingroia su quello che avrebbe dovuto e dovrebbe ancora essere il segreto giudiziario più custodito sotto una toga, anche se dismessa: il segreto cioè delle intercettazioni eseguite “occasionalmente ” sul telefono di un Capo dello Stato in carica, specie dopo la distruzione eseguita su sostanziale disposizione della Corte Costituzionale.

Sulle conversazioni fra Giorgio Napolitano e il suo ex vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Nicola Mancino, ora sotto processo a Palermo per falsa testimonianza sulle presunte trattative fra lo Stato e la mafia nella terribile stagione delle stragi, Ingroia ha detto, testualmente, che “non è ancora arrivato il momento” di sapere più di quanto si sia potuto immaginare, e non scrivere, sui giornali. Specie su quelli dove s’intrecciano di più – come direbbe Luciano Violante – le carriere dei cronisti giudiziari e dei pubblici ministeri. “Ma probabilmente un giorno lo racconterò”, ha promesso o avvertito Ingroia.

Alla comprensibile smania del giornalista di strappare qualche intrigante anticipazione Ingroia ha reagito spiegando di credere “che tutte le verità di uno Stato democratico vadano svelate, ma non in un’intervista”.

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Se un’intervista è una volta tanto ritenuta inopportuna da uno come Ingroia, prodigo a concederne anche quando faceva il magistrato, oltre che a partecipare a congressi e convegni di partito, in quale modo egli pensa di farci conoscere quello che evidentemente ha sentito e ricorda delle telefonate quirinalizie sulle indagini tanto temute da Mancino in ordine ai rapporti fra Stato e mafia? È stato lo stesso Ingroia gentilmente  a rispondere: “Magari attraverso un romanzo, un mezzo che mi permetterebbe di usare certi filtri per raccontare una realtà che va ben aldilà della più fervida immaginazione”.

Per questo romanzo Ingroia ha confidato di avere già un titolo che lo tenta: “Caro Giorgio, come stai?”. Giorgio naturalmente come Napolitano, che sembra essere rimasto l’ossessione dell’ex magistrato, ora impegnato a fare l’avvocato, felicemente innamorato di una bella e bionda spilungona, Giselle, tanto più giovane quanto più gelosa di lui, sapendolo – parola dell’intervistatore – malandrino.

Come avvocato Ingroia è forse più fortunato del suo ex collega Antonio Di Pietro, che ha proprio in questi giorni raccontato di disporre di pochi e “squattrinati” clienti. I quali gli lasciano però tutto il tempo per fare il coltivatore diretto nella sua Montenero, dove ha appena prodotto 35 quintali d’olio, dei quali 20 destinati alla vendita e 5 a regali. E gli altri 15? A condire forse le sue delusioni di magistrato e di politico.

I clienti di Ingroia sono più impegnativi. Fra questi, alcuni soci di Massimo Ciancimino, il discusso figlio del più tristemente famoso Vito, e prezioso informatore dello stesso Ingroia nelle indagini sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia: così malaccorto però, il giovanotto, da finire prima in galera e poi imputato pure lui nel processone di Palermo.

Come avvocato, l’ex magistrato sta sperimentando le magagne delle Procure. Fra cui l’abitudine di aggirare i termini di scadenza delle indagini con i cosiddetti fascicoli a strascico, dai quali ricavare, quando servono, “stralci” che – ha spiegato Ingroia – fanno passare lo stesso indagato da un’inchiesta all’altra, e persino da una Procura all’altra, con relativa riapertura delle scadenze.

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Finirà, in questo bizzarro Paese chiamato Italia, che da legale e testimone Ingroia potrà rivelarsi utile a farci capire meglio come funzioni male la magistratura. E a dimostrare che la vera vocazione di tanti pubblici ministeri sia quella di romanzieri. Ce ne sono già tanti, del resto, che fanno l’una cosa e l’altra, speriamo senza mescolare fascicoli e bozze destinati ai tribunali e agli editori.

Da politico, francamente, non so invece a che cosa potrà rivelarsi utile l’ex magistrato, tuttora presidente, come lo chiamano rispettosamente gli agenti della scorta, di un movimento chiamato “Azione Civile”, surrogato della “Rivoluzione Civile” da lui fondata in vista delle elezioni politiche del 2013  per proporsi addirittura alla guida di un governo, pure lui come Pier Luigi Bersani, di minoranza e di combattimento. Una candidatura del cui irrealismo, bontà sua, il barbuto azionista si mostra consapevole, se non pentito. Le riconosce solo il merito di avergli dato l’occasione, quando tentò dopo le elezioni di essere riassegnato a qualche importante ufficio giudiziario, di uno scontro con il Consiglio Superiore della Magistratura sfociato nelle sue dimissioni. Più apprezzabili, secondo lui, di quelle non date da altri magistrati rimasti tali, per quanto in aspettativa, durante la loro attività politica. Come – ha ricordato – Luciano Violante e Anna Finocchiaro, rispettivamente, già presidente della Camera e attuale presidente della più importante commissione del Senato: quella degli affari costituzionali.

Dall’uno e dall’altra Ingroia ha ricevuto critiche quando indossava ancora la toga di pubblico ministero. Ogni occasione è buona, si sa, per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Ma Violante l’ha beccato subito in fallo ricordando di essersi dimesso dalla magistratura nel lontano 1983, appena eletto alla Camera e vinto il concorso per la cattedra universitaria di diritto e procedura penale. Che figuraccia, povero Ingroia.

I pizzini di Ingroia contro Napolitano

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