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Il presidente del Senato Pietro Grasso è un uomo, a suo modo, davvero eccezionale. Riesce a non perdere il sorriso anche quando è arrabbiato, o dice di esserlo, per cui non si riesce mai a capire bene se ci fa o ci è. Ha sorriso anche  alla conferenza dei capigruppo, della cui convocazione aveva rivendicato il diritto esclusivo dopo che il Partito Democratico l’aveva chiesta con tono perentorio.

Il sorriso da beatitudine contrasta con la “situazione di emergenza” annunciata dallo stesso Grasso per commentare la tensione salita anche nei suoi uffici per la contestatissima riforma del Senato. Che somiglia adesso a un’assemblea di tacchini, chiamati a festeggiare il Natale sulle cui tavole Matteo Renzi vuole farli finire come pietanze. A meno che i tacchini, naturalmente, non riescano a volare, e a spostare la crisi dal Senato al governo, sino a provocarne la caduta.  I numeri della maggioranza a Palazzo Madama sono notoriamente molto ballerini per l’agitazione esistente nei partiti del presidente del Consiglio e del ministro dell’Interno.

La pur dissimulata sofferenza di Grasso deriva dalla decisione di Renzi di metterlo con le spalle al muro, chiudendo la partita della riforma nella commissione degli Affari costituzionali per spostarla nell’aula del Senato. Dove  il presidente dell’assemblea dovrà decidersi a dire l’ultima parola davvero sulla modificabilità dell’ormai famosissino articolo 2 della riforma, che sancisce l’elezione del Senato indiretta, da parte dei Consigli regionali, e non più dei cittadini che abbiano superato i 25 anni di età, come prescrive l’articolo 58 della Costituzione vigente.

Il problema della modificabilità o meno di questo benedetto articolo nasce dalla circostanza, sfortunata per Renzi, di una preposizione cambiata dalla Camera rispetto al testo già approvato dai senatori. Il governo ritiene che fra l’elezione del Senato nei e dai Consigliessendo questa la modifica apportata dai deputati, non ci sia differenza sostanziale, per cui l’articolo dovrebbe essere blindato. Al massimo, la presidente della commissione competente, Anna Finocchiaro, ha lasciato socchiuso l’uscio solo a qualche variante ancora di quella preposizione. Le opposizioni esterne e interne alla maggioranza ritengono invece che l’articolo possa essere cambiato anche in altri passaggi.

La ricerca di un accordo all’interno, ma anche all’esterno della coalizione di governo, è fallita sia per la rigidità sostanziale di Renzi, pur camuffata con una disponibilità formale a “sentire” tutti, sia per la convinzione maturata fra i dissidenti – si vedrà se a torto o a ragione – di trovare una sponda nel presidente Grasso quando dovrà decidere sull’ammissibilità o meno delle proposte di modifica. Ma anche questo è, in fondo, un falso problema, per quanto Renzi ne abbia parlato con il capo dello Stato per cercare di strappargli un intervento persuasivo su Grasso.

Al di là degli emendamenti su uno o più passaggi dell’articolo 2, il presidente del Senato ha già fatto sapere, dicendolo anche al pubblico della festa nazionale dell’Unità a Milano, che comunque quell’articolo andrà rivotato nel suo complesso. Esso pertanto, cambiato o non cambiato ulteriormente, potrà essere approvato ma anche bocciato, con il brivido imposto dalle dimensioni e dalle ragioni del dissenso, dichiarate e nascoste, miranti a garantire l’elezione ancora diretta di un Senato pur ridotto nei numeri e nelle funzioni, o a provocare una crisi di governo, o più semplicemente una crisi di segreteria nel Partito Democratico. Dalla quale Renzi si è forse voluto cautelare con la convocazione improvvisa della direzione, dove gode di una maggioranza larghissima, che vorrà far valere anche dopo. Egli fece così, d’altronde, anche con la legge elettorale alla Camera, in primavera. E gli andò bene.

In una cosa tuttavia il presidente del Consiglio ha abbassato la guardia e si è fatto cogliere in contraddizione. Secondo indiscrezioni di stampa non smentite, egli ha rifiutato uno scambio fra riforma del Senato e modifica della legge elettorale dicendo ai suoi alleati che, a prescindere dal merito della questione, consistente nel ritorno al premio di maggioranza alla coalizione e non alla lista più votata, ciò segnerebbe un successo per Berlusconi. Così siamo sempre al berlusconismo e all’antiberlusconismo deplorati, a parole, da Renzi come fonte di paralisi per più di vent’anni. Destinati evidentemente a proseguire.

Senato, tutte le tensioni fra Renzi e Grasso

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