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Un rumore sordo e poi la paura. Mentre nell’est ucraino si combatte ancora, un ordigno è esploso oggi a Kiev contro degli agenti di polizia schierati davanti al parlamento ucraino, la Rada, dove i deputati avevano appena approvato in prima lettura una riforma costituzionale che conferisce una maggiore autonomia ai territori ribelli dell’Est prorusso.

LA RIFORMA COSTITUZIONALE

Questo passo ha scatenato l’ira dei manifestanti della destra nazionalista, tra i quali si contano circa trenta arrestati. Ma oltre la violenza, nel Paese divampa la polemica politica. Secondo il ministro degli Interni, Arsen Avakov, “diverse” persone che lanciavano ordigni esplosivi indossavano magliette con il logo del partito nazionalista Svoboda, presente in parlamento.

ACCUSE RECIPROCHE

Le parti, però, ora si accusano a vicenda. I nazionalisti sostengono di non esser stati loro a piazzare la bomba, mentre il ministro Avalov punta il dito su di loro per questa escalation. Caos ulteriore è aggiunto da Dmitry Yarosh, il leader del “Pravy Sector”, altro gruppo nazionalista che accusa i servizi di intelligence russi di fomentare i disordini. Il presidente Petro Poroshenko ha tenuto invece una posizione ferma, ma distante, dicendo che i responsabili dei violenti scontri di Kiev meritano una severa punizione. “Si è trattato di un atto anti-ucraino per cui tutti i suoi organizzatori senza eccezione, tutti i rappresentanti delle forze politiche, dovrebbero essere severamente puniti”, ha rimarcato il capo di Stato in un intervento televisivo.

IL BILANCIO

Ciò che rimane adesso è un triste bilancio, fatto d’un morto – un agente di 25 anni è deceduto in ospedale sul tavolo operatorio dopo essere stato colpito al petto da un proiettile – e 122 feriti, almeno 90 dei quali membri della Guardia nazionale ucraina.

GLI SCENARI

Per un Paese così provato, ora si aprono nuovi e inquietanti scenari. “Per tutto il primo anno del suo governo”, commenta Anna Zafesova sulla Stampa Poroshenko “ha cercato di cooptare i leader meno radicali della coalizione del Maidan e di emarginare quelle estreme, ma in un paese tradizionalmente anarchico, pieno di armi, di rabbia e di centri di potere alternativi tra oligarchi e clan burocratici, il compromesso finale con Mosca metterebbe a dura prova la resistenza del suo sistema di governo. Kiev non può vincere una guerra con i russi, e lo sa: il campo di battaglia di Poroshenko è nel negoziato, in un equilibrio sottile e spesso poco visibile di dare e avere con le varie forze in campo, i separatisti, l’opinione pubblica, le schegge impazzite dei combattenti, e ovviamente Vladimir Putin”. “Sarà questa sua abilità nel dosare bastone e carota – conclude Zafesova – a determinare se gli scontri sotto la Rada verranno archiviati come episodio violento ma minore, magari anche utile a screditare e arginare i radicali, o se saranno l’inizio di un nuovo braccio di ferro a Kiev, che trasformerà l’Ucraina in quel “stato fallito” che molti a Mosca profetizzano da tempo”.

Che cosa sta succedendo in Ucraina

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