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Denis Verdini in queste ore non ha un minuto libero. E’ lui infatti, insieme con Luca Lotti, a tirare le fila dei numeri renziani in Senato. Il lavoro che prima l’ex banchiere fiorentino faceva per Silvio Berlusconi ora lo fa per Matteo Renzi. Senza sosta. Il suo cellulare trilla in continuazione. Consapevole che il passaggio della riforma costituzionale, e il tanto vituperato articolo 2, per il premier è questione di vita o di morte. A tracciare il quadro della situazione è Vincenzo D’Anna, senatore ex Gal e prima ancora forzista, da sempre vicino a Nicola Cosentino, passato armi e bagagli nel sottogruppo Ala, ovvero i senatori verdiniani passati al gruppo misto.

“Qui della riforma del Senato non frega niente a nessuno. Che il Senato sia elettivo oppure no è una questione secondaria”, dice il senatore verdiniano nel bel mezzo del pomeriggio di giovedì, quando i giochi in Aula si sono appena aperti. “La questione vera è la sopravvivenza o meno di questo governo. Se la riforma passa, Renzi va avanti. Se non passa, va a casa. Intorno all’articolo 2 si sta combattendo una guerra senza esclusione di colpi tra la maggioranza e la minoranza del Pd, una sorta di congresso democratico anticipato. Questo voto è diventato lo spartiacque tra chi vuol far cadere Renzi e chi no”, racconta D’Anna.

Da loro punto di vista i verdiniani hanno già deciso: voteranno compatti per il governo. D’altronde sono nati apposta per questo: realizzare una versione minore del patto del Nazareno. Un “pattino”, come l’hanno ribattezzato i senatori berlusconiani. “Dopo questo voto entreremo di fatto nella maggioranza. Ma non siamo in cerca di posti. Certo, avere una rappresentanza nell’esecutivo può avere il suo peso. Ma il nostro obiettivo primario è contribuire in maniera determinante al cammino delle riforme e al proseguimento di questo governo”, spiega D’Anna. “L’importante per noi è che il gatto catturi il topo, non come si chiama il gatto”, aggiunge, utilizzando una delle sue famose metafore che fanno la gioia dei cronisti parlamentari.

Il senatore verdiniano, comunque, è convito che alla fine i numeri il governo li avrà. “Da un minimo di 167 a un massimo di 171. Con buona pace della sinistra interna del Pd”. D’Anna non si sbilancia sulla possibile scissione a sinistra. Ma è convinto che alle prossime elezioni la partita si giocherà tra Renzi, Salvini e Grillo. “E noi non potremo che stare con il primo”, avverte. Sottolineando poi la grande sacrificio di Verdini “che ha avuto il coraggio di rompere con Berlusconi solo per perseguire in un’azione politica, quella del sostegno a Renzi, che lui ritiene non solo giusta ma la sola percorribile in questo momento storico”.

L’unico rischio, per i verdiniani, è non essere determinanti. Il gruppo Ala, infatti, conta dieci senatori. Se il numero di margine del governo dovesse essere superiore, la golden share di Verdini si trasformerebbe immediatamente in una silver share. Perderebbe valore. E che il margine sia superiore è assolutamente possibile. Perché se dalla minoranza dem ci si attende il rientro di tre o quattro senatori, almeno una decina potrebbero essere le assenze pilotate da Forza Italia. La sponda a Renzi, dunque, potrebbe arrivare direttamente da Arcore. Rendendo quasi superfluo il massiccio lavorìo verdiniano di queste ore. Oppure, sussurranno i maligni, assolutamente complementare. Visto che, secondo le malelingue di Palazzo Madama, Verdini e Berlusconi anche in queste convulse giornate non hanno mai passato più di due giorni senza sentirsi.

Tutte le mosse ultra renziane di Verdini

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