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La vicenda dei flussi migratori verso l’Europa è certamente a un punto di svolta. Fin quando infatti su trattava soltanto di una situazione italiana o comunque mediterranea l’atteggiamento di Francia e Germania, e ancor più quello di Inghilterra, Belgio e Olanda, è stato di disinteresse e tutela dei propri confini geografici, mediante un’interpretazione restrittiva degli accordi di Schengen.

Adesso, invece, che la crisi siriana ha sollecitato i limiti orientali dell’Unione con centinaia di migliaia di profughi che aspirano via terra ad entrare nel Continente, ecco che improvvisamente il tema è diventato cruciale per tutti.

La linea della ridistribuzione delle presenze sul territorio ha incontrato due giorni fa una battuta di arresto, come si sa, per il veto dei Paesi dell’Est, in testa l’Ungheria, radicalmente contrari a ragionare in termini generali su un problema come questo che necessariamente lo è.

La politica di Budapest non sembra, d’altronde, cedere di un passo sulla strada della totale chiusura dei confini. Perciò, come sta emergendo nelle ultime ore, un intervento militare in Siria è ormai inevitabile e imminente.

Di per sé la scelta della Francia, che ha annunciato per bocca del suo Ministro degli Esteri, probabili incursioni aeree, pur nella tragicità che sempre caratterizza un esito bellico, non ha nulla di scandaloso. Anzi, corrisponde alla giusta costatazione che un problema come questo, riguardante interi popoli in fuga, può essere risolto unicamente affrontando le cause politiche e non fermandosi alla mera gestione tragica degli effetti.

Tutto in effetti rimanda sempre e direttamente alla Siria e al suo regime, punto di incrocio tra opposti e convergenti interessi riguardanti la Russia, l’Europa e gli Stati Uniti. Le recenti dichiarazioni rilasciate da Assad esprimono molto bene lo stato di frattura interna che esiste e che egli è in grado di sfruttare tatticamente per cercare di mantenersi disperatamente in sella.

Il suo potere, visto con ostilità in Occidente, d’altronde, non solo è un valido deterrente contro l’Isis, ma gode dell’appoggio incondizionato e consolidato di Putin. E Assad accusa l’Europa e gli Stati Uniti di essere troppo teneri con il terrorismo perché di fatto legati economicamente al nemico che vorrebbero sconfiggere. In aggiunta vi è la questione dei ribelli moderati, ovviamente combattuti da Damasco e difesi da Francia e Germania.

Il punto strategico passa di qui. Se l’Europa non fosse così tanto spaccata al suo interno, a causa anche dell’atteggiamento intransigente di Polonia e Ungheria che impediscono qualsiasi superamento della logica nazionale, forse anche il tema Siria sarebbe più semplice da risolvere o comunque da affrontare. D’altronde anche gli Stati Uniti non stanno tenendo una posizione molto chiara, muovendosi senza decisioni definitive e precise dal punto di vista strategico.

Nel frattempo l’esodo continua, la gente muore per strada, e l’Unione ha scelto di non scegliere, trattando il tempo come unica variabile assoluta in grado di risolvere tutto. In definitiva non siamo davanti esclusivamente ad un’emergenza migratoria di proporzioni bibliche verso l’Europa, ma ancor più ad una crisi sostanziale della stessa Europa politica, mancante di organismi decisionali e di governo che possano scegliere e imporre risolutamente obiettivi comuni senza necessariamente contentare tutti.

Insomma, fin quando questo processo di delega della sovranità dai singoli Stati all’Unione non sarà completa e fin quando la difesa dei confini esterni non sarà sentita come responsabilità diretta di tutti i Paesi membri, saremo destinati a non riuscire mai a vincere mali globali e drammatici come terrorismo e immigrazione.

E si finirà sempre per avere istituzioni comuni faraoniche e impopolari che indeboliscono le economie nazionali e impoveriscono i cittadini senza essere in grado di imporre alcuna linea politica vera di governo.

La conseguenza finale è che si produce comunque, magari involontariamente, una paradossale fuga interna dei singoli popoli verso se stessi e fuori dall’Unione per difendersi, con le vecchie e mai sepolte sovranità degli Stati, da flussi migratori che interessano l’intero continente, ma l’Europa purtroppo non riesce a gestire.

Un fallimento autentico del progetto comunitario.

migranti confini

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