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Quanto il popolo ucraino può sopportare il prezzo della guerra? Titolo di giornale: “Ucraina assediata”. Mi ritornano le parole dette dal professor Andrea Ricciardi, fondatore della Comunità Sant’Egidio, qualche giorno fa, durante un’intervista televisiva a Le Storie su Rai Tre. Gli ucraini sono stanchi. Vogliono la fine della guerra. Il governo è debole, ma Zelensky vuole andare avanti. Tradotto: la guerra si capisce quando la si tocca. Continuare non fa altro che intensificare morte e distruzione. Questa è la strategia in uso in Europa, ora. L’andazzo è da sempre quel “vai avanti tu” (Ucraina), “sacrificati” (morte e distruzione) e vedrai che la Russia mollerà. Un disegno strategico (?) che ha come obiettivo tenere Putin impegnato sul fronte ucraino il più a lungo possibile. Per questo inviamo denari e armi a babbo morto? Non per vincere la guerra, ma per sfinirlo? Mentre ogni giorno muoiono centinaia di soldati ucraini e russi. E Kyiv è ormai un gruviera, modello Gaza.

È lo score delle previsioni svolazzanti sentite già all’inizio del conflitto: “Putin ha pochi mesi di vita”, “questione di poco e salta in aria l’economia russa”, e altre vaghezze prive di sostanza ma con ricadute sulla pelle degli ucraini che, nel frattempo, morivano e vedevano la loro nazione diventare un rudere. Tra i più arditi sostenitori delle magnifiche sorti e progressive del supporto europeo all’Ucraina, nel corso di uno dei tanti talk ipnotici tuttofare, qualcuno ha pronosticato altri due anni di sanzioni e la Russia andrà in default. Potremmo citare altro. Come le previsioni di commentatori e inviati che assicurano al cento per cento che gli ucraini stanno con Zelensky e hanno la volontà di continuare la guerra. Capite però che siamo nel teatro delle improvvisazioni. Del girovagare “un tanto l’etto”. Un trascendi e trasali, tra fame e appetiti, per marcare presenza. Compassionevole e priva di direzione. Per dire che l’Europa c’è.

E pensare che, alla fin fine, è tutta questione di coraggio. Qualcuno che si prenda la briga e dica la verità a Zelensky: che è giunto il tempo di fermarsi qui, senza tergiversare oltre. Perché l’Europa non può fare di più. Non è in grado di vendere altre illusioni. Il Vecchio Continente non vuole entrare e sforzarsi per vincere la guerra. Come non può insediare l’Ucraina nella Nato e probabilmente nemmeno nella Ue (qui occorre un percorso che affermi prima l’“education” del business). È impercorribile anche la strada delle rimesse russe congelate in Occidente: la Banca centrale europea ha giustamente fermato quello che potrebbe diventare un boomerang e ritorcersi contro gli Stati. Inoltre, mettere miliardi a debito dentro i bilanci nazionali dei singoli Paesi da destinare all’Ucraina non è un passaggio semplice da sostenere, per le ristrettezze nelle quali ci si muove in tempi di crisi.

Quindi, deve essere resa? La bandiera bianca di papa Bergoglio? Guardiamo oggettivamente la realtà per quello che è. Anche rivelando ciò che non ci avrebbe mai fatto piacere vedere. Osiamo dire con pudore che andare oltre, per l’Ucraina, sarebbe il baratro. È consigliabile anche agli europei non fare i sofisti e incunearsi qua e là per frenare, deviare, non concludere. Il piano di pace stilato dagli Usa, con aggiustamenti (ha ragione la Meloni: sostenere l’Ucraina nel solco del piano Trump), è una base per chiudere e avviare un percorso di allentamento della tensione. Azione quanto mai necessaria anche per soprassedere ai paranoici scenari di guerra imminente nel Vecchio Continente, che riecheggiano spesso fuori luogo da protagonisti che occupano posizioni di rilievo nelle istituzioni politiche e militari dell’Unione. C’è necessità di riprendere percorsi di tranquillità. Non apparente. Davanti c’è il tempo per analizzare i tanti sbagli fin qui accumulati. I consigli inascoltati. Le rotture insanabili. Se l’Europa, che parla ormai a mille voci — dalla Kallas alla von der Leyen, da Rutte, segretario generale della Nato, a Macron, e poi Starmer, il premier polacco, il cancelliere tedesco e via via fino ai generali di complemento — avesse incaricato dall’inizio del conflitto un inviato di pace (avevamo indicato la Merkel; e fosse stato in vita, Berlusconi) che assumesse su di sé la voce per l’Europa, non saremmo qui a ricercare spazi, ruoli e dichiarazioni di agenzia “last minute”.

Non è cosa buona e giusta rimanere dentro una schizofrenia che ha portato il Vecchio Continente ad aprire contrasti verso più interlocutori (soprattutto gli Stati Uniti) proprio nel momento di maggior indebolimento dell’Unione, quando Bruxelles è intenta a ricercare un ruolo e una strada anche per una rinascita economica. Varrebbe la pena parlare con tanti nostri piccoli e medi imprenditori che non credono agli aut-aut rimandati in avanti sulle forniture di gas provenienti dalla Russia. Pensano l’esatto contrario. L’accordo di pace scongelerà il surriscaldamento insensato del costo del gas e sarà fattibile il ritorno a prezzi competitivi. Solo nella più assoluta tranquillità – e non nel bollettino giornaliero di probabili attacchi di droni – l’Europa agirà al meglio verso una difesa europea staccata via via dagli Stati Uniti. Anche se questa ci pare un’evidente boutade stagionale: non ci può essere difesa europea senza l’ombrello atlantico guidato dagli Usa. Qualcuno osa immaginare la gestione Nato solo nelle mani dei governi europei, ognuno attento al “particulare” di casa (Francia, Germania e, fuori Ue, la Gran Bretagna), poco propenso a condividere decisioni e azioni? Soprattutto in un quadro di forte sfilacciamento, in cui ancora l’Europa deve vestirsi di ruolo e di poteri. Se proseguiremo in questo modo disordinato e da perdigiorno, prenderanno sempre più poteri i singoli Stati e anche il ruolo di Bruxelles andrebbe ridiscusso.

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