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La decisione della Bce di aumentare leggermente i tassi di interesse non ha sorpreso il mercato più di tanto. Subito dopo l’annuncio, le borse che erano in attivo, hanno limato i possibili guadagni. Ma nulla di particolarmente drammatico. Dopo le decisioni assunte, la struttura dei tassi ha assunto queste caratteristiche: tasso di interesse sui depositi presso la Bce: 2,25%; tasso di rifinanziamento principale: 2,40%; tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale: 2,65%. In tutti e tre i casi l’aumento è stato dello 0,25%. Quasi a dimostrare che la situazione è completamente sotto controllo, per cui non è necessario manipolare i diversi tassi, con aumenti non uniformi, per far fronte alle maggiori o minori situazioni di rischio.

Nel board il verdetto è stato unanime. Il comunicato finale tende a sdrammatizzare ulteriormente: “La decisione di aumentare i tassi risulta fondata in una serie di scenari che illustrano come lo shock potrebbe evolversi e influire sulle prospettive a medio termine per l’area dell’euro”. Quindi wait and see, in attesa di scoprire se il trentanovesimo annuncio di Donald Trump su quella tregua che dovrebbe liberare lo stretto di Hormuz avrà finalmente modo di concretizzarsi. Nel frattempo i margini a favore della Bce sono ancora evidenti: il tasso di riferimento della Bank of England è pari al 3,75%. Quello della Fed, la Federal Reserve americana al 3,62%. C’è quindi tutto il tempo eventualmente per reagire, qualora il barometro volgesse al peggio.

Sul futuro, data l’incertezza quasi cosmica che caratterizza la geopolitica, la Bce non si pronuncia. Non vi sarà pertanto alcuna forward guidance, vale a dire quell’annuncio di indicazioni prospettiche sulla dinamica dei tassi che di solito le Banche centrali comunicano al mercato. La Banca, infatti, come si legge nel comunicato diffuso, ha deciso di “adottare un approccio basato sui dati e valutato riunione per riunione per determinare l’orientamento appropriato della politica monetaria”. Un indirizzo analogo a quello assunto da Jerome Powell, quando era presidente della Fed, per resistere alle pressioni di Donald Trump, che spingeva per una riduzione dei tassi al fine di gasare l’economia americana in vista delle elezioni di Midterm.

Gli operatori, tuttavia, sono scettici e già ipotizzano almeno un doppio rialzo dei tassi d’interesse da qui alla fine dell’anno. Non tutti sono d’accordo. C’è addirittura chi ritiene che anche questo rialzo sia stato eccessivo. Tesi che oggi potrebbe trovare conferma negli accordi appena conclusi per la tregua tra Iran, Stati Uniti e (forse) Israele. Accordi che hanno portato in borsa una ventata di euforia, poi in parte ridimensionata a seguito di una riflessione meno emotiva, considerate le grandi incertezze che ancora caratterizzano il negoziato. Per quanto ci riguarda, non ci pronunciamo. Due sono tuttavia gli elementi su cui riflettere.

Il differenziale con la Fed rimane ancora molto alto. Il che potrebbe determinare una certa attrazione. Sullo sfondo restano poi le preoccupazioni sugli andamenti di finanza pubblica sia dell’Eurozona che della Ue. Le ultime previsioni della Commissione europea indicano un deficit di bilancio pari al 3,34% ed al 3,5% per il 2026 e l’anno successivo. Per l’intera Ue, queste percentuali salgono al 3,47% ed al 3,59. I maggiori Paesi (Francia e Germania) stanno molto peggio. A dimostrazione di come i parametri di Maastricht siano stati travolti dalla dinamica dei processi reali.

Sullo sfondo, inoltre, sono due programmi quanto mai impegnativi sul piano finanziario. Quello per la sicurezza Safe (Safe – Security Action for Europe) che prevede un prestito pari a 150 miliardi di euro, per dotare il vecchio continente di una propria struttura militare, in vista del crescente disimpegno americano. Risorse che non saranno a fondo perduto, ma prestiti concessi agli Stati membri ed al Canada seppure ad un basso tasso d’interesse e con scadenze particolarmente diluite nel tempo. La quota italiana, com’è noto, sarà pari a 14,9 miliardi di euro.

Un secondo intervento, seppure di portata di gran lunga inferiore, sarà quello che prevede la possibilità di uno sforamento del “Patto di stabilità” per un importo pari allo 0,6% del Pil nei prossimi due anni per ridurre la dipendenza da gas e da petrolio, agevolando gli investimenti green. In apparenza un vincolo molto stretto che dovrebbe impedire un aumento dei consumi fossili, intervenendo sul prezzo del gas e dei carburanti. Di fatto una misura più di facciata che di sostanza. Basterà ai singoli Stati nazionali operare uno shift di bilancio. Utilizzare le somme già stanziate per quegli investimenti per intervenire sui prezzi dei combustibili fossili e coprire con il maggior spazio fiscale appena ottenuto, quei precedenti impegni.

Comunque sia, se si sommano l’insieme di questi interventi è facile prevedere come le precedenti previsioni in termini di deficit e di crescita del debito della Commissione europea, siano un po’ scritte sull’acqua. Al punto da far ritenere poco realistiche le relative proiezioni. Per l’Eurozona e la stessa Ue, si ipotizza una crescita maggiore di circa 2 punti e mezzo nel prossimo biennio. Quando quella degli Stati Uniti, nello stesso periodo, sembra essere destinata ad un salto di quasi 4 punti. A meno che non scoppi la pace, quindi, le previsioni sulle due sponde dell’Atlantico sono tutt’altro che tranquillizzanti.

C’è poi l’altro corno del dilemma: l’inflazione. Studi recenti (Francesco Corsello e Andrea Foschi: The different effects of oil and gas supply shocks on euro-area inflation – Banca d’Italia) hanno dimostrato che gli aumenti del prezzo del petrolio si trasferiscono sui prezzi con maggiore rapidità. Mentre quelli del gas sono più graduali, ma con un effetto più persistente. Nel caso in specie, con la chiusura dello stretto di Hormuz, avremo, fino a quando la situazione non si sarà completamente normalizzata, la sommatoria negativa di entrambi gli effetti.

Attualmente le previsioni indicano per il petrolio un prezzo medio per l’anno in corso pari a 96,9 dollari al barile (dopo l’annuncio della tregua è sceso a poco più di 80). Con una successiva caduta a 82,2 nel 2027 e a 77,2 l’anno successivo). Bene che vada le quotazioni prospettiche sono di un 15% superiori alla media delle quotazioni dello scorso anno. Per il gas naturale, invece, a partire dal 2027 si dovrebbe tornare ad una situazione di relativa normalità. Salvo il presente in cui la bolletta dovrebbe essere più cara di circa il 25%. Ragione in più per fare qualcosa, nell’immediato, per tamponare la situazione.

L’effetto combinato dei fenomeni richiamati sulla vita di tutti i giorni sarà, al tempo stesso, una maggiore inflazione ed un minor tasso di crescita dell’economia. La terribile stagflation. Soffermarci sulle possibile cifre, in attesa di vedere quel che accadrà effettivamente nel Medio Oriente, è un puro esercizio calligrafico. Quel che si può dire è che comunque vadano le cose, il prossimo anno anno sarà quello più problematico: sia perché se ci saranno nodi sarà lì che verranno al pettine, sia perché la strada dell’eventuale normalizzazione appare ancora piena di incognite.

Tanto per dare qualche elemento, per il 2027 le previsioni attuali indicano il massimo del contenimento del tasso di crescita dell’economia e la più forte inflazione. Fenomeni che sarebbero destinati a stemperarsi l’anno successivo. Prospettiva inquietante, almeno per l’Italia. Che proprio in quell’anno dovrà affrontare una difficile tornata elettorale. Ne saranno avvantaggiate le attuali forze di governo o le opposizioni? Difficile rispondere. Con ogni probabilità coloro che si dimostreranno più convincenti. Cioè in grado di dimostrare di avere le ricette migliori per affrontare una tempesta imprevista ed imprevedibile. Come sono stati gli avvenimenti che si sono succeduti in questi anni terribili, in cui la guerra l’ha fatta da padrone.

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