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A Indro Montanelli, come lui stesso scrisse a Silvio Berlusconi nelle settimane che precedettero la formalizzazione della loro rottura, e il suo allontanamento dal Giornale che pure aveva fondato nel 1974, piaceva di piacere – scusate il ripetitivo – più agli avversari che ai fanatici dei suoi articoli. Fanatici dei quali spesso si infastidiva, specie se appartenenti all’ambiente giornalistico, sospettando che ci fosse in loro più convenienza che sincerità.

La statua dedicatagli negli omonimi giardini di Milano, a pochi passi dal luogo in cui nel 1977 fu gambizzato da terroristi rossi che se ne guadagnarono poi il perdono, rimarrà per forza impassibile dal 25 agosto al 6 settembre, quando attorno ad essa si svolgerà una reclamizzatissima Festa dell’Unità, lo storico giornale del Pci tornato di recente nelle edicole grazie a Matteo Renzi.

Già abituatosi nella parte conclusiva della sua lunga carriera giornalistica agli applausi nelle vecchie feste dell’Unità, procuratigli dalla rottura con l’odiato Berlusconi, ma prima ancora dagli attacchi all’altrettanto odiato Bettino Craxi, quando ancora il leader socialista era potente e ai raduni estivi del Pci se ne includeva la “trippa” nei menù, Montanelli sarà forse nell’aldilà meno impassibile della sua statua terrena.

Se fosse vivo, anche a lui probabilmente sarebbe piaciuto Renzi, peraltro suo corregionale. Ma non quanto piace a Giuliano Ferrara, che molto più efficacemente dell’Unità, con l’arguzia e l’irruenza solite si sta spendendo più di ogni altro per difendere Renzi dagli antirenziani, interni ed esterni al Pd. Egli tuttavia, chissà perché, sarà una sera a Milano fra gli ospiti e oratori della festa dell’Unità per contribuire a rappresentare – ha scritto Pierpaolo Lio sul Corriere della Sera le voci di “opposizione”. Opposizione fra virgolette anche nel testo del giustamente incredulo cronista di via Solferino.

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Fra i pochi vantaggi dei morti c’è quello di non poter leggere e sentire gli elogi a dir poco insinceri da parte di chi non gli ha risparmiato in vita cattive parole ed azioni.

E’ il caso dell’avvocato Donato Bruno, il parlamentare berlusconiano di cui hanno improvvisamente scoperto e apprezzato, cioè finto di scoprire e apprezzare, il valore professionale e le doti umane anche quelli che l’anno scorso, ai tempi del cosiddetto Patto del Nazareno, ne bocciarono come “franchi tiratori”, a destra e a sinistra, la candidatura concordata tra Forza Italia Partito Democratico a giudice della Corte Costituzionale.

Il fatto di avere condiviso quella disavventura con Luciano Violante, boicottato pure lui nel segreto dell’urna parlamentare dai compagni di partito, attenuò ma non dissolse la delusione di Bruno. Che sarebbe stato un eccellente giudice della Consulta, su un seggio peraltro  che dall’estate scorsa ha continuato ad essere vuoto. 

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Alla faccia del richiamo del Papa a Nunzio Galantino, previsto o anticipato da Luigi Bisignani sul Tempo dopo le prime sortite del monsignore pugliese contro i partiti e il governo sul tema ormai drammatico dell’immigrazione.

Il sempre meno galante segretario della Conferenza Episcopale Italiana all’ultimo momento ha aggiornato il testo della sua commemorazione “magistrale” di Alcide De Gasperi, peraltro letta al raduno trentino dell’omonima fondazione dal professore Giuseppe Tognon, in curiosa assenza dell’autore, scrivendo che i politici sono, testualmente, “un puzzle di ambizioni personali all’interno di un piccolo harem di cooptati e di furbi”.

Il ministro renziano Del Rio, cattolicissimo ma comprensibilmente fuori dalla grazia di Dio, a dispetto del suo nome, che è Graziano, ha reagito immediatamente dando in pratica del qualunquista al monsignore, essendo le sue parole destinate ad alimentare il già diffuso e consolidato fenomeno dell’antipolitica.

Sotto questo aspetto Beppe Grillo avrebbe motivo di compiacersi. E di sognare Galantino cappellano del suo movimento Cinque Stelle. Magari, la sesta stella.

Tutti da Montanelli

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