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Con la nomina di Mons Galantino alla segreteria della CEI è avvenuta una svolta nella politica della Chiesa italiana.

L’ex vescovo di Cassano allo Ionio con le sue ultime prese di posizione segna una frattura profonda non solo con gli orientamenti dell’era ruiniana, ma, con estrema disinvoltura, con quegli stessi, più prudenti, sin qui adottati dalla presidenza Bagnasco. Si dice che ciò corrisponda alla specifica volontà di papa Francesco che, il 25 marzo 2014, lo ha personalmente nominato segretario generale  della Conferenza Episcopale Italiana ad quinquennium.

Comprensibile il disorientamento che tale mutamento sta generando non solo all’interno degli ambienti alti della CEI, ma nelle stesse diocesi e parrocchie di cui si compone la vasta e complessa realtà del cattolicesimo italiano.

Un disorientamento che noi stessi, come laici impegnati in politica, stiamo vivendo nelle nostre realtà territoriali locali. Se è già difficile, per noi della generazione a cavallo tra la terza e la quarta  democratico cristiana, oggi settantenni, comprendere ciò che sta avvenendo nella Chiesa italiana e per i suoi riflessi inevitabili nella politica del Paese, immaginiamoci quanto e di più può esserlo per giovani nati negli ’80 e ’90, estranei per la loro stessa età anagrafica a quella straordinaria esperienza che noi abbiamo vissuto nella DC, partito per molto tempo di riferimento prevalente, se non esclusivo, dei cattolici italiani.

Coloro che sono nati in quegli anni e hanno vissuto il ventennio (1994-2015) della lunga e complessa transizione tra la seconda e l’annunciata Terza Repubblica, oltre alla damnatio memoriae costruita contro la storia più che quarantennale del partito democratico cristiano e  l’assenza di riferimenti positivi su ciò che è stata realmente la DC nella storia dell’Italia, hanno dovuto sperimentare, da un lato, la lunga transizione e la diaspora tuttora irrisolta degli ex DC e, dall’altro, il travaglio della e nella stessa gerarchia cattolica tra il pontificato di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco.

Pontificati di straordinario valore teologico e pastorale che hanno dovuto fare i conti con i fenomeni nuovi di una società mondiale in profonda trasformazione. Fenomeni seriamente analizzati con le encicliche sociali a cavallo del XX e XXI secolo: Centesimus Annus, Caritas in veritate, Evangelii Gaudium e Laduato si.

Dagli ultimi interventi di Mons Galantino (intervista al Corriere, lectio magistralis non letta ma divulgata al convegno trentino su De Gasperi, intervento di venerdì al meeting di Rimini) la CEI, quanto meno nella versione del suo segretario generale, sembrerebbe assumere una posizione di netta distanza da tutta la politica italiana così come è oggi rappresentata nel Parlamento italiano.

E sin qui, al di là di alcuni toni non propriamente curiali assunti dal vescovo nativo di Cerignola, non possiamo che trovarci in stretta sintonia con le sue valutazioni che, non a caso, corrispondono al sentir medio di quel 50% e passa di italiani che da tempo esprimono il loro dissenso e la loro critica contro una classe politica senza più credibilità, disertando le urne.

Resta da capire cosa in concreto la CEI, nella nuova strategia galantiniana e posto che sia assunta e condivisa dalla maggioranza dei vescovi italiani, intenda, non dico promuovere o favorire, ma, almeno, indicare come possibili opzioni per i laici cattolici e cristianamente ispirati presenti nel nostro Paese. Orientamenti e strategia che dovrebbe essere calata a livello delle diverse realtà territoriali diocesane, superando l’attuale oggettiva frammentazione di posizioni spesso contraddittorie tra loro e foriere di ulteriori disorientamenti tra noi laici.

Da parte nostra, nell’assoluta responsabilità della nostra autonomia di laici, da tempo tentiamo faticosamente di:

1) trarre ispirazione dalla dottrina sociale della Chiesa: sussidiarietà e solidarietà stelle polari dell’iniziativa politica dei cattolici insieme alla difesa strenua dei “valori non negoziabili”: difesa vita umana dalla nascita alla morte; valore della famiglia fondata sull’unione di un uomo e di una donna; difesa della libertà di educazione;

2)  concorrere alla ricostruzione dell’unità culturale e politica dei o di cattolici essendo consapevoli che:

–  il mondo cattolico ha una potenza superiore a qualsiasi altra presenza culturale, sociale e politica di questo periodo in Italia, anche se non certo a livello massmediatico. Al tempo stesso, tuttavia, essa non è incanalata e compattata in logiche unitarie (De Rita)

–  ci sono tre componenti diverse e per ora non convergenti:

a)  c’è la componente del popolo di Dio che si ritrova nei momenti rituali e comunitari e che solo da poco tempo assume atteggiamento sociali e culturali di stampo extra ecclesiastico;

b) c’è la componente delle grandi organizzazioni di rappresentanza e di azione sociale che avvertono la necessità di rinnovare (quelli degli  incontri di Todi: ACLI-MCL-CISL-CL-CdO-Sant’Egidio sin qui poco costruttivi);

c)  c’è la componente della diaspora della DC con i diversi rami partitici in cui i cattolici fanno azione politica cercando di collegarsi con la realtà ecclesiale o almeno interpretarne le attese. Ci sono “i cattolici adulti alla Rosy Bindi e Prodi” e i cattolici ubbidienti e non sempre coerenti del centro-destra. Anche all’interno della Chiesa ci sono differenti sensibilità e competenze non sempre convergenti. Ci sono quelli dei “DC non pentiti” e popolari che lavorano per la ricomposizione dell’area popolare.

d) Ci sono due estremi opposti da evitare: l’appartenenza obbligata in un solo partito come si trattasse di un dogma di fede, impossibile dopo il Concilio Vaticano II  e la diaspora, ossia l’altrettanto dogmatica tesi della negatività di qualsiasi forma di unità e raccordo politico dei cattolici. Il criterio più convincente potrebbe/dovrebbe essere quello dell’”Unità possibile”. Il che significa che: l’unità è fattibile e che la si attuerà secondo il responsabile giudizio prudenziale relativo ai tempi, alle situazioni e alle scelte in gioco.

Si tratta di adoperare, citando Mons Crepaldi, arcivescovo di Trieste, il motto: “ In essentialibus unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas”. Ossia sulle questioni fondamentali ci vuole unità, in quelle dubbie è lecito adoperare il libero giudizio personale, in tutto ci vuole la carità.

Non so se questo corrisponda a ciò che anche Mons Galantino e la CEI intendono quando discutono di cose politiche italiane, sicuramente, però, è quanto ci sentiamo di perseguire impegnando le ultime risorse della nostra vita e tentando di coinvolgere una nuova generazione di cattolici e laici cristianamente ispirati capaci di essere ancora una volta “lievito” efficace per la nostra amata Italia.

Ettore Bonalberti

www.alefpopolaritaliani.eu

www.insiemeweb.net

www.don-chisciotte.net

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